giovedì 17 maggio 2018

Shirley Jackson - L'Incubo di Hill House



DOVE: provincia americana
QUANDO: più o meno, inizio anni '60

Dopo due viaggi attraverso i meandri della psiche e della natura umana - con Saramago prima e con Huxley poi -  sentivo il bisogno di un po' di respiro con qualcosa di meno impegnato. Ed eccomi quindi ad avventurarmi tra le pagine di un horror di quelli che piacciono a me, molto "vintage", molto "psicologici", molto giocati sulla tensione e sulle emozioni dei protagonisti che non su ciò che di fatto avviene "concretamente". Un viaggetto che si consuma in pochi giorni, dallo stile scorrevole e coinvolgente, e che ci porta in una oscura e inquieta abitazione racchiusa in una tenuta dalla vegetazione fitta ed intricata, nel cuore della provincia americana. Una costruzione di quelle che ti danno un brivido lungo la schiena anche soltanto a guardarne la facciata durante il giorno, figuriamoci poi se devi passarci dentro una o più notti, in balia dei misteriosi cigolii che si disperdono in un intricato groviglio di corridoi e stanze comunicanti. Hill House è così, una casa che sembra avere un'anima, ed un'anima particolarmente inospitale, inquieta e violenta. Un po' come la Rose Red de "Il Diario di Ellen Rimbauer", per intenderci.
In questo caso, i nostri compagni di viaggio sono tre, oltre al misterioso professor Montague, studioso del paranormale e dell'occulto ed organizzatore di questa bizzarra "vacanza", il quale dopo un'attenta selezione ha contattato tre individui - due donne ed un uomo - che per le loro caratteristiche gli sono sembrati particolarmente idonei allo scopo. Che poi altro non è che quello di stimolare, vivere ed annotare eventuali vicende paranormali che dovessero verificarsi all'interno della casa.
Dunque, dicevamo, i nostri compagni di viaggio. Luke Sanderson, nipote della proprietaria di Hill House, dal passato non proprio irreprensibile e futuro erede dell'inquietante abitazione. Theodora - o semplicemente "Theo": esuberante e passionale artista e la timida Eleanor Vance, trentaduenne senza ambizioni vissuta per anni nell'ombra ingombrante di una madre invalida e ritrovatasi improvvisamente sola e senza aspirazioni alla morte di quest'ultima.
Assieme a loro, ma soprattutto assieme alla protagonista Eleanor Vance, raggiungiamo dunque la cupa dimora, ne varchiamo titubanti la soglia, prendiamo posto sistemando i nostri effetti personali nelle camere da tanto tempo disabitate, sotto l'occhio arcigno della vecchia e scorbutica coppia di custodi - i quali tengono bene a sottolineare che non metteranno mai piede ad Hill House dopo il tramonto, qualunque cosa accada.
Immaginatevi dunque la casa, avvolta in una nebbiolina piovosa, la sua assoluta quiete, le stanze comunicanti una con l'altra attraverso una intricata rete di corridoi. Immaginatevi di veder scendere la notte, lentamente, avviluppando la casa in una morsa scura, e di ritirarvi in solitudine nella vostra stanza, col cuore in gola in attesa di ciò che potrebbe accadere. Giorni che scorrono prigramente, notti che inaspettatamente sembrano animarsi di strani suoni, venti che spazzano i corridoi, porte scosse da colpi violenti. Ma soprattutto, l'attesa angosciosa di ciò che può accadere.
Ecco, la storia di Hill House è una storia così. Di angoscia, di attesa, di misteriosi accadimenti. Di una casa inanimata che pare avere occhi ed orecchie, ed un passato di malignità e strani accadimenti fin da quando le sue fondamenta sono state gettate, decenni prima. La potenza dello spirito di Hill House pare suggestionare - o fare presa, a seconda che vogliamo vederla in maniera più o meno scettica - sull'anello debole, la piccola e sola Eleanor Vance, succube di sè stessa, mai stata amata, mai stata in grado di scuotersi di dosso l'etichetta di ragazza calma e devota alla madre anima e corpo.
L'anima più fragile e più tormentata del gruppo finisce inevitabilmente per essere quella che più di tutte percepisce l'opprimente e malvagio spirito di Hill House, ne viene soggiogata, dalla prima all'ultima pagina.
Fino alla strana, inattesa eppure inevitabile conclusione.
Un horror classico, dalla penna di una grande maestra del genere, per chi ama la tensione psicologica, l'attesa angosciosa di ciò che potrebbe essere,  il fascino innegabile delle case dal passato oscuro.

UN ASSAGGIO:

"L'occhio umano non può isolare l'infelice combinazione di linee e spazi che evoca il male sulla facciata di una casa, e tuttavia per qualche ragione un accostamento folle, un angolo sghembo, un convergere accidentale di tetto e cielo, facevano di Hill House un luogo di disperazione, tanto più spaventoso perchè la facciata sembrava sveglia, con le finestre vuote e vigili a un tempo e un tocco di esultanza nel sopracciglio di un cornicione. Quasi ogni casa, colta di sorpresa o da un'angolazione bizzarra, può volgere uno sguardo profondamente burlesco su chi la osservi; perfino un comignolo dispettoso, o un abbaino che sembri una fossetta possono suscitare nell'osservatore un senso di intimità; ma una casa arrogante e carica d'odio, sempre in guardia, non può che essere malvagia.
Quella casa, che sembrava quasi aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori, incastrandosi nella struttura di linee ed angoli, drizzava la testa imponente contro il cielo e senza concessioni all'umanità."

venerdì 11 maggio 2018

ALDOUS HUXLEY - Il Mondo Nuovo

DOVE: Londra
QUANDO: in un ipotetico futuro

Insieme alla Guida Galattica per gli autostoppisti, il Mondo Nuovo di Huxley era un altro di quei viaggi letterari che è rimasto, inspiegabilmente, in sospeso per anni. Un classico contemporaneo del quale avevo sentito tanto parlare e che tanto desideravo leggere, ma che poi, per un motivo o per un altro, è rimasto sempre un titolo nella mia wishlist "mentale".
Fino a quest'anno, quando finalmente ho fatto le mie valigie virtuali e mi sono immersa in questo strano, geniale, ipotetico universo. Siamo a Londra, in un futuro non meglio identificato ma che a occhio e croce collocherei negli anni '50-60 del nostro mondo, se proprio vogliamo trovare un parallelismo. Ma il Mondo Nuovo di Huxley, corre su binari profondamente diversi.
L'umanità - in contrasto con quella descritta da Saramago, in Cecità, appena recensito - pare aver finalmente raggiunto uno stato al limite della perfezione, eliminando da sè stessa tutti gli aspetti negativi correlati alle emozioni umane, ritrovandosi compatta, efficiente, sana. Nessuna guerra, nessuna carestia, nessuna lite nel piccolo come nel grande. Una produttività calcolata in maniera infinitesimale. Uno Stato estremamente presente, che in maniera capillare controlla, modula, definisce ogni singolo aspetto della vita umana, a cominciare dalla nascita, divenuta una sorta di disciplina scientifica nella quale gli embrioni vengono coltivati in provetta, e predestinati - con il controllo genetico prima e con un'educazione controllata poi - ad occupare uno specifico ruolo in società. Zero disoccupazione, zero infelicità, zero insoddisfazione. Un mondo che su carta sembrerebbe perfetto.Perfino il sesso, scorporato dal fastidioso inconveniente annesso della procreazione - della quale, appunto, si occupa premurosamente lo Stato - viene vissuto in maniera assolutamente libera, priva di legami sentimentali.
In questo mondo perfetto, gestito capillarmente ed asettico entriamo in punta di piedi, come osservatori, scoprendone ben presto le falle e le imperfezioni. Perchè, evidentemente, neppure il culto di Ford - bizzarra divinità postmoderna alla quale si deve la trasformazione della società umana in questo perfetto incastrarsi di ingranaggi - basta a tenere completamente sotto controllo le seppur soffocate emozioni umane. Che, anche in una società che ne pare priva, per una qualche anomalia nel processo di crescita embrionale sembrano affliggere alcuni individui, destinati pertanto ad essere bollati come "strani" dal resto della società.
Non voglio scendere troppo nei dettagli, perchè il libro in sè va gustato passo passo, seguendo pagina dopo pagina i tanti dettagli su come questa immaginaria civiltà perfetta sia nata e come sia perfettamente e minuziosamente gestita per evitare dispersioni di energia, profitti, denaro e salute.
E' un viaggio strano, surreale, dal sapore diverso rispetto - sempre per fare un parallelismo con una lettura recente - con il mondo immaginario ipotizzato da Saramago. Lì è il trionfo delle emozioni umane - in negativo - della violenza, dell'abiezione, dei bisogni fisici e corporali. Qui, al contrario, l'essere umano è accuratamente ed attentamente privato di tutto ciò che lo rende imperfetto, fisicamente e psicologicamente. Esseri eternamente giovani, eternamente controllati, eternamente perfetti, eternamente destinati ad un solo lavoro ed un solo posto in società, in grado di controllare perfettamente le emozioni, assumendone surrogati perfettamente dosati, di tanto in tanto, senza mai eccedere. Una società perfettamente pianificata come una sorta di gigantesco alveare, nel quale ciascuno fa quello che gli compete.
Una società, d'altro canto, in cui non c'è spazio per l'amore - neanche quello tra madre e figlio- nè per le emozioni positive, in cui tutto è freddo e controllato per evitare i rischi connessi all'impetuosità della natura umana.
Ma vale davvero la pena privare l'uomo della sua parte umana, per proteggerlo da sè stesso impedendogli di essere violento? Vale la pena restare eternamente giovani e perfetti, se non si può provare amore?
La risposta a tutto questo la troveremo più avanti, quando insieme a due giovani londinesi - la bella Lenina, perfetta incarnazione del sistema fordiano, ed il bizzarro Bernard, del quale si vocifera che un'anomalia incorsa durante il suo processo di sviluppo embrionale abbia causato la sua eccessiva e pericolosa tendenza alle emozioni - visiteremo una riserva di selvaggi, ultimo baluardo di quella che un tempo, prima dell'era Ford, era stata la civiltà umana e che adesso è ridotta ad un piccolo manipolo di individui isolati ed abbrutiti, cui i fordiani guardano con un misto di terrore e disprezzo.
E verso i quali, manco a dirlo, l'anomalo Bernard nutre una strana, pericolosa attrazione...

Un viaggio che porta lontano, lontanissimo, e che di nuovo ci pone interrogativi sull'uomo, su ciò che siamo, sul nostro ruolo sul pianeta terra e sulla nostra spiccata, irrefrenabile tendenza all'autodistruzione.

(PS: per chi volesse seguirmi anche nell'altro blog, qui parliamo invece di racconti classici per ragazzi con un potente messaggio ai contemporanei..)

UN ASSAGGIO:

"Ci fu una pausa, poi la voce riprese.
'I bambini Alfa sono vestiti di grigio. Lavorano molto più di noi, perchè sono tanto tanto intelligenti. Sono veramente contento di essere un Beta perchè non sono costretto a lavorare così duramente. E poi, noi siamo superiori ai Gamma e ai Delta. I Gamma sono stupidi. Sono vestiti tutti di verde, e i bambini Delta sono vestiti di cachi. Oh no, non voglio giocare con i bambini Delta. E gli Epsilon sono ancora peggio. Sono troppo stupidi per...'
Il Direttore girò di nuovo l'interruttore. La voce tacque. Soltanto il suo sottile fantasma continuò a mormorare sotto gli ottanta guanciali.
'Se lo sentiranno ripetere ancora quaranta o cinquanta volte prima di svegliarsi: poi di nuovo giovedì e ancora sabato. Centoventi volte, tre volte alla settimana, per trenta mesi. Dopo di che, passerammo a una lezione più avanzata.'

domenica 6 maggio 2018

JOSE SARAMAGO - Cecità


DOVE e QUANDO: in un luogo e un tempo non meglio specificati, da qualche parte negli anni'90.

Ecco uno di quei libri che ti colpiscono con la potenza di un pugno allo stomaco. Disturbante, anche se a questo termine non voglio dare un'accezione completamente negativa, anzi. Ma come altro potrei definire un libro che, con semplicità e scorrevolezza ci pone davanti agli occhi tutta la cruda brutalità ed abiezione di cui noi esseri umani siamo capaci?
Un libro certo scorrevole ma che non consiglio a chi sia in cerca di letture leggere, spensierate, da ombrellone. Eppure un libro da leggere perchè spinge all'introspezione ed ad una attenta riflessione sulla natura umana.
Siamo da qualche parte, in una banalissima città come tante, più o meno intorno agli anni '90, quando improvvisamente qualcosa accade a stravolgere la quotidianità dei suoi abitanti. Una bizzarra epidemia di cecità, che pare colpire rapidamente e inaspettatamente i suoi cittadini, i quali di punto in bianco si ritrovano avvolti in una sorta di buio lattescente.Panico, naturalmente. Disperazione. Vite che di punto in bianco si ritrovano completamente stravolte, medici disorientati che frugano i loro voluminosi libri in cerca di risposte, un Governo che - in un primo momento - pare essere in grado di gestire con calma e lucidità la situazione. Gli ammalati vengano immediatamente isolati dalla popolazione sana, mentre la scienza si occupa di cercare una soluzione al "mal bianco".
Individuato il luogo idoneo - un vecchio ospedale psichiatrico dismesso - il solerte Governo provvede subito a deportarvi gli ammalati, in completo isolamento dal mondo esterno, promettendo tre consegne di cibo al giorno e facendo sentire la propria attenta e quotidiana presenza attaverso un asettico messaggio audio attraverso il quale, giorno dopo giorno, ribadisce l'estrema attenzione verso le loro esigenze, richiama essi stessi al proprio amore civico, stila l'elenco delle regole da rispettare durante la degenza.
Qui, dunque, ci ritroviamo anche noi. Rinchiusi tra le fredde pareti di un ex manicomio assieme ad un piccolo manipolo di disperati, strappati bruscamente alle loro famiglie ed alle loro vite, spaventati, privati della vista, con un piccolo bagaglio di effetti personali e null'altro a dar loro conforto, sorvegliati dall'esterno da uno schieramento di soldati con l'ordine di sparare a vista (loro che, almeno per ora, ne sono provvisti) a chiunque dovesse cercare la fuga. In nome, manco a dirlo, del bene comune, che spinge l'amorevole Governo a isolare i malati onde circoscrivere il più possibile lo strano contagio. In un primo momento, tutto scorre più o meno liscio. Il piccolo manipolo di ricoverati, con disciplina e amor proprio, tenta di gestire al meglio la circostanza, abituandosi a muoversi in quel liquido lattescente che imprigiona i loro occhi, convivendo civilmente, dandosi appoggio reciproco. Lentamente però, la situazione sfugge di mano, i contagi aumentano, il numero di cittadini stipati nel manicomio cresce vertiginosamente, il premuroso ed attento Governo si fa sempre più distante e meno presente, le condizioni igieniche peggiorano, il cibo scarseggia.
E, manco a dirlo, all'interno della struttura la situazione degenera.
Inizia dunque un viaggio claustrofobico, angoscioso, disturbante, durante il quale Saramago rinchiudendoci all'interno del vecchio manicomio fatiscente, via via impregnato degli odori corporali degli internati, della putrefazione di coloro che soccombono, del viscidume appiccicoso dei bagni dismessi che ben presto si rivelano insufficienti a gestire una popolazione di duecento individui, ci costringe a gettare uno sguardo sull'essenza dell'animo umano.
Perchè, in breve tempo, dalla convivenza civile, dalla solidarietà, dal sostegno reciproco si passa all'abbrutimento, alla violenza, al sudiciume, alla brutalità del forte contro il debole, all'inganno ed alla rapina. Prigionieri in quel delirante manicomio, sempre più soffocati dagli odori putrescenti, ci ritroviamo in preda ad una angoscia che stringe la gola, tormentati dai morsi della fame, in balia del capriccio dei violenti, abbandonati ben presto dal mondo civile, con un unico, piccolo barlume di umanità che - debole fiammella - tenta di resistere all'oscura brutalità della massa.
Un libro che disturba ma che lascia il segno. "Homo Homini Lupus", diceva Hobbes a cavallo del 1600; "ogni uomo è un lupo per gli altri uomini". E qui, nell'asfissiante piccolo microcosmo in cui Saramago ci costringe, la veridicità di questa intuizione emerge in tutta la sua violenza. Anche nel mondo pulito e civilizzato, se le circostanze cambiano l'uomo tira fuori la sua vera essenza. Fatta di violenza, abiezione, istinti immondi. La storia ahimè più e più volte ci ha messo in guardia su cosa l'uomo è in grado di fare, quando scende in basso; e qui, in poco meno di trecento pagine, troviamo condensato tutto questo e molto di più.
Perchè nonostante il sapore amaro, nonostante il terrore che sembra serrarci la gola, nonostante il pessimismo che ti si appiccica addosso pagina dopo pagina - perchè in cosa mai potrebbero sperare un gruppo di ciechi isolati dal mondo civile ed in balia della bestiale ferocia di altri ciechi?- nonostante tutto questo, permane quella piccola fiammella di umanità che tutto ciò non riesce a spegnere, malgrado tutto, nell'animo di un piccolo gruppetto di persone.
Basterà questa piccola scintilla a non farli soccombere?

Un libro da leggere, metabolizzare lentamente ed accettare così com'è, nella sua brutalità. Perchè in fondo anche di questo è fatto l'animo umano.

UN ASSAGGIO:

"All'inizio, quando i ciechi qui dentro si contavano ancora sulle dita, quando bastava lo scambio di due o tre parole perchè gli sconosciuti si trasformassero in compagni di sventura, e con tre o quattro in più si perdonavano reciprocamente tutte le mancanze, talune anche gravi, e se il perdono non poteva esser completo, bastava solo aver la pazienza di aspettare qualche giorno, si è visto benissimo quante ridicole angosce abbiano dovuto sopportare gli sventurati ogniqualvolta il corpo pretendeva una di quelle urgenti liberazioni che siamo soliti designare come soddisfazione di necessità. Malgrado ciò, e pur sapendo come siano rarissime le educazioni perfette e come persino i più discreti recessi abbiano i loro punti deboli, c'è da riconoscere che i primi ciechi messi in quarantena sono stati capaci, più o meno consapevolmente, di portare con dignità la croce della natura prevalentemente escatologica dell'essere umano. Ma adesso, con le brande tutte occupate, e sono duecentoquaranta, senza contare i ciechi che dormono per terra, non c'è immaginazione, per quanto fertile e creativa in paragoni, immagini e metafore, che possa descrivere con proprietà la distesa di schifezza che c'è qua dentro. Non è solo lo stato in cui si sono rapidamente ridotti i cessi, antri fetidi, come probabilmente saranno all'inferno le fogne delle anime dannate, ma è anche la mancanza di rispetto di alcuni o l'improvvisa urgenza di altri che, in pochissimo tempo, ha trasformato i corridoi e gli altri posti di passaggio in gabinetti che inizialmente erano occasionali e ormai sono diventati abituali."

giovedì 19 aprile 2018

HAYDEN HERRERA - Frida Kahlo

DOVE: Messico
QUANDO: Tra gli anni '30 e gli anni '50

Essendo una lettrice vorace, non c'è stato un momento della mia vita che non sia stato accompagnato da un libro sul comodino.
Da quando io ricordi, terminato un libro ne è sempre venuto un altro, ed un altro, ed un altro; va da sè che ogni momento saliente della mia vita, in un modo o nell'altro, può essere associato ad un libro che, in quella fase della mia vita, mi teneva compagnia.
Ebbene: la biografia di Frida Kahlo resterà impresso nella mia memoria come il libro che stavo leggendo quando ho scoperto che sarei stata mamma, stavolta di una bimba. Non so perchè, ma ho vissuto la cosa come un buon auspicio; Frida col suo temperamento passionale, il suo essere sè stessa a dispetto delle convenzioni, il suo fascino fuori dai canoni non può che essere il simbolo di un certo modo di vivere la femminilità.
E io, manco a dirlo, l'ho adorata fin dalla prima pagina.
Conoscevo la sua storia a grandi linee; e questa biografia corredata da fotografie delle sue opere consente di immergersi a 360 gradi nella vita di quella che, a tutti gli effetti, è una delle più straordinarie figure femminili del secolo scorso.
L'infanzia, l'incidente che le stravolge l'esistenza, l'amore intenso che la legò tutta la vita, malgrado tutto, al grande Diego Rivera, il suo lento farsi strada nel panorama artistico mondiale, fino alla sua morte avvenuta nel 1954; passo dopo passo, accompagnandoci con uno stile descrittivo e coinvolgente, Herrera ci accompagna nella vita di questa donna straordinaria e nella sua altrettanto straordinaria interiorità, attraverso stralci dei suoi diari.
L'ho letto in fretta, quasi divorandolo, immergendomi nei dettagli delle sue opere lasciando che esse parlassero di lei, del suo doloroso rapporto con la maternità mancata, con il passato, con l'amore per un uomo dal carattere complesso, seguendola nei suoi trasferimenti dentro e fuori dal Messico, trascinata dal carattere straordinario di una donna forte, che anche quando il dolore la schianta si rialza sempre e comunque, tenacemente attaccata alla sua vita.
Con lei, conosciamo la vera essenza di un Messico lontano, colorato, passionale, fiero delle proprie tradizioni. Entriamo nella sua casa di Coyoacan (Città del Messico), ricca di colore, di personalità, di vita, divenuta poi inevitabilmente  un museo dedicato alla pittrice (qui, se volete, maggiori dettagli e qualche immagine).
Viaggiamo attraverso la sua vita breve ed intensa, affezionandoci a lei - come si poteva non amarla, straordinariamente ricca di sfaccettature com'era, piena di vita e di colore e di passioni contrastanti? - e seguendola anche nei suoi momenti di fragilità, quando il dolore, la prospettiva di affrontare l'ennesimo intervento sul suo corpo martoriato, il tradimento dell'adorato Diego la piegavano senza mai spezzarla.
E manco a dirlo, pagina dopo pagina, Frida diventa un modello. Sopravvissuta giovanissima ad un terribile incidente si ritroverà improvvisamente intrappolata in un corpo ricucito, rappezzato, ricomposto. Con una colonna vertebrale spezzata e riassemblata ed una gamba anch'essa malridotta. Una ragazza piena di vita, di prospettive per il futuro che si ritrova, nel fiore della sua esistenza, ad essere invalida. Che, come se ciò non bastasse, vede allontanarsi da sè, in quegli stessi anni, il suo primo amore. Eppure, da tutto questo dolore, da tutta questa sofferenza, Frida insegna che si può rinascere, letteralmente. E diventare più forti, più consapevoli, più combattivi.
Una storia ricca, dolorosa, passionale, intensa, così come i suoi quadri, dalla quale non si può che uscire se non in rispettoso silenzio, portandosi dietro brandelli di sensazioni appiccicate addosso come tatuaggi. Un modello di donna nuovo, presente a sè stessa, indipendente eppure dolorosamente attaccata al suo uomo, coinvolgente, sempre ripiegata su sè stessa, a scandargliare in profondità, nella sua anima, le radici del suo dolore, e allo stesso tempo sempre aperta verso l'esterno, ricettiva nei confronti del mondo, della vita, del fermento politico rivoluzionario.
Un viaggio che mi ha lasciato senza fiato, e piena di rispetto verso la straordinaria personalità di una donna estremamente attuale. E che ha ancora tanto, tanto da dire.

UN ASSAGGIO:

"A partire dal 1925 la vita di Frida fu una lotta all'ultimo sangue contro il lento decadimento. Non la abbandonarono più la persistente sensazione di fatica ed i dolori costanti alla colonna vertebrale e alla gamba destra. Ci furono periodi in cui si sentiva più o meno bene e il fatto che zoppicasse si notava appena, ma a poco a poco il suo corpo andò disintegrandosi. Olga Campos, un'amica di famiglia che ha conservato le sue cartelle cliniche dai primi anni di vita al 1951, dice che Frida subì almeno trentadue interventi chirurgici, perlopiù alla spina dorsale e al piede destro, prima di capitolare, ventinove anni dopo l'incidente. 'E' vissuta morendo' ha detto lo scrittore Andres Henestrosa, un altro vecchio amico."

venerdì 13 aprile 2018

ORHAN PAMUK - Il mio nome è Rosso



DOVE: Istanbul, Turchia
QUANDO: Fine del '500

Un libro strano, particolare, che per certi versi - la lentezza con cui scorre la storia, le lunghe digressioni "tecniche" e storiche, i dialoghi talvolta lenti da seguire - ha richiamato alla mia mente Il Nome della Rosa di Eco.
In entrambi i casi, un delitto efferato (più di uno, a dire il vero, nell'abbazia benedettina) maturato in una cerchia ristretta di individui. In entrambi i casi, l'ambientazione è strettamente legata alla conservazione della cultura: da un  lato gli amanuensi benedettini, dall'altro i miniaturisti al servizio del sultano. In entrambi i casi, un'indagine scandita dai ritmi lenti di un'epoca lontana dalla nostra.
Più o meno tre secoli di distanza tra le due storie, oltre a parecchi chilometri, ma una sorta di atmosfera che li accomuna: cupa, lenta, claustrofobica e asfittica.
Storie di tempi e luoghi lontani, di invidie represse, di sangue, di lunghi dibattiti tecnici che possono- per quanto a noi possa sembrare assurdo - sfociare in violenza.
Nel caso di Eco - non sveliamo troppi dettagli, si tratta pur sempre di un giallo, per quanto di fama amplissima - il dibattito sulla commedia e il riso, che ruota attorno alla Poetica di Aristotele. Nel caso dei miniaturisti di Pamuk, la diatriba su quale sia lo stile migliore da adottare, se quello tradizionale tramandato nei secoli - che prevede la visione del mondo dall'alto, come lo vedrebbe Allah - o quello nuovo importato dagli "infedeli" veneziani, che sposta l'occhio del disegnatore a terra, e adotta l'espediente della prospettiva.
In entrambi i romanzi, lunghe pause di digressioni tecnico-filosofiche che rallentano la storia e talvolta stentano a farne seguire il filo, perlomeno ad un lettore poco "presente".
Per il resto, due storie assolutamente differenti sul piano umano dei protagonisti.
Di Eco, del giovane Adso da Melk e dell'ex inquisitore Guglielmo da Baskerville ho già parlato in una precedente recensione; in questo caso, invece, la storia è quella di Nero, giovane miniaturista innamorato perdutamente fin da ragazzo della bella Sekure, che rientra ad Istanbul dopo dodici anni di assenza trovandola sposata e madre di due amatissimi bambini.
Il marito di lei, però, è disperso in guerra, il che riaccende la speranza di Nero di poterla riconquistare; se non fosse che la stessa speranza infiamma Hasan, fratello del marito scomparso, anch'egli innamorato di Sekure e fortemente intenzionato a farne sua moglie.
In mezzo lei, la bellissima ed indecisa Sekure, che ahimè con la complicità di una vecchia venditrice di corredi - e organizzatrice di incontri più o meno clandestini, e di matrimoni - tiene accese entrambe le fiamme intrattenendo con entrambi una corrispondenza seppure sporadica.
Tutto intorno, una caotica Istanbul, con i suoi viottoli fangosi, i mendicanti coperti di cenci, il profumo delle spezie, i piccoli giardini ombrosi delle case, il succo di amarena a dar refrigerio nelle ore più calde.
Quando poi, la calma confusione di Istanbul viene scossa dall'omicidio di un giovane miniaturista del sultano, l'onda d'urto non può che abbattersi anche sulle loro vite, poichè il padre di Sekure - nonchè zio di Nero- è anch'egli un noto miniaturista ed era per lui che la vittima stava lavorando ad un libro commissionato dal Sultano.
E sarà proprio lui, l'anziano zio Effendi, a chiedere a Nero di fare luce sul delitto in via ufficiosa, indagando ed interrogando gli altri miniaturisti, per dipanare la questione. Manco a dirlo, in nome dell'amore per Sekure, Nero accetta ed entra in punta di piedi in quest'avventura, muovendosi con prudenza tra i miniaturisti e le loro sanguinose invidie covate per anni, cercando di non attirare troppo l'attenzione e cercando di dipanare una matassa più intricata del previsto.
Cosa si nasconde dietro la ferocia dell'assassino, che torna a colpire prima che Nero abbia potuto far luce sull'accaduto?
Un libro non certo semplice - se volete accostarvi a Pamuk, vi consiglio piuttosto questo, già recensito tempo fa - ma che, esattamente come accaduto con il Nome della Rosa, sebbene il ritmo fosse lento e lo stile talvolta contorto, e sebbene le lunghe digressioni tecniche mi facessero perdere un po' il filo, mi ha comunque tenuta incatenata fino all'ultimo con l'atmosfera assolutamente inconsueta.
Un mondo lontano, nuovo, maestosamente malinconico, una città già immensa, fatta di contrasti tra il lusso straordinario del palazzo del Sultano e le strette stradine in cui alloggia il popolo, che di quell'invisibile Sultano vive in devota adorazione. Una terra ed una cultura sconfinata che comincia a scricchiolare sotto l'urto dell'innovazione portata da Occidente, da quei veneziani infedeli che anzichè restarsene a casa propria hanno il viziaccio di viaggiare verso Oriente, portando con sè pericolose deformazioni artistiche, accendendo contrasti che infiammano il dibattito artistico.
Un popolo vivo e vibrante, che si affolla nei mercati intrisi di odori e si disperde tra le viuzze umide, dove le donne scivolano via silenziose avvolte nei loro mantelli, e gli uccelli invisibili cantano fra i rami.
Un viaggio strano, distorto, in una storia dal sapore di sangue, amara, cupa eppure affascinante.
Lontana, questo è certo, dalle rotte conosciute.

UN ASSAGGIO:

"Non mi lamento del fatto che i denti mi siano caduti come ceci nella bocca piena di sangue, nè che il mio volto sia talmente fracassato da essere irriconoscibile, nè di essere rimasto schiacciato in fondo a un pozzo, mi lamento perchè mi credono ancora vivo. Sapere che chi mi vuole bene pensa continuamente a me immaginando che stia perdendo tempo in stupidaggini in qualche angolo di Istanbul, oppure che sia andato dietro a una donna, aumenta il dolore della mia anima inquieta. Basta! Trovate il mio cadavere, seppellitemi e fatemi un funerale con tutte le necessarie preghiere rituali! Ma soprattutto che venga scoperto il mio assassino! Sappiate che finchè non si scopre quel vigliacco, anche se sepolto nella più bella delle tombe, io attenderò girandomi inquieto per la tomba e insinuerò in tutti voi la miscredenza. Trovate quel figlio di puttana del mio assassino e io vi racconterò tutto quello che vedrò nell'aldilà!"

venerdì 6 aprile 2018

JANE AUSTEN - Ragione e Sentimento

DOVE: Tra il Sussex e Londra, Inghilterra
QUANDO: Inizio dell'800.

Rieccomi qui, finalmente, dopo mesi di assenza, nel mio caro, carissimo blogghino (eh sì, continuo a rubare questa espressione di Eva perchè trovo che calzi a pennello per descrivere questo piccolo, caldo spazio virtuale in cui parlare dei miei amatissimi viaggi letterari :-) )
Assenza dovuta, ovviamente, al fatto che al di fuori del blogghino esiste una vita reale e pressante, che spesso reclama le nostre attenzioni.
Nel mio caso, una vita che negli ultimi mesi è stata stravolta - in positivo - dalla scoperta che diventerò di nuovo mamma. Ho aperto questo spazio millenni fa, quando ero una neomamma disoccupata, insicura ed in crisi, con una laurea alle spalle e scoraggiata dalle porte in faccia di numerosi colloqui andati male. Da allora, ne è passata di acqua sotto i ponti. Una separazione, due lavori cambiati, tanta fatica, tanti momenti di sconforto, tante domande ed altrettante "pause" dal mio piccolo spazio sul web. Che però, puntualmente, ho trovato sempre pronto ad attendermi.
E rieccolo qui, il mio blogghino, dopo gli ultimi mesi in cui conciliare il lavoro con un figlio, un nuovo compagno, due micioni, un cane e la stanchezza mostruosa di una seconda gravidanza alla soglia dei quaranta (ahimè, nove anni fa il mio fisico reggeva meglio ^_^ ) si è rivelato più arduo del previsto.
In questi mesi ho letto, sempre e comunque. Fortunatamente, riesco sempre a ritagliare spazio per i miei amati libri. Leggo mentre mi asciugo i capelli, leggo mentre mi depilo, leggo mentre aspetto mio figlio fuori dalla palestra di karate.
Dunque, mi ritrovo ora con una pila disordinata di libri che vorrei commentare e condividere, poco tempo e sempre tanta tanta stanchezza. In ogni caso, da qualche parte dovrò pur cominciare; ed ho scelto di cominciare da qui, da uno degli ultimi che ho letto in ordine cronologico. La mia cara, amata, amatissima Jane Austen, che mi ha tenuto compagnia in tanti pomeriggi del liceo ( che ricordi che ho, dei miei viaggi mentali nella verde Inghilterra di inizio Ottocento, standomene sdraiata nella mia cameretta!) e che ho sentito il bisogno di recuperare adesso. Forse perchè correndo qua e là tra spesa, lavoro, karate, fermata dello scuolabus, pulizie di casa sentivo che lei avrebbe saputo darmi quella boccata di aria di cui avevo bisogno.
Fermati e respira, sembra dirti la zia Jane. Entra, siediti accanto al camino, in un angolo, sorseggia il tuo tè e lascia che io ti racconti una storia.
Tra le tante - manco a dirlo, in quei pigri pomeriggi adolescenziali di cui sopra ho letto TUTTE le sue opere - chissà perchè ho sentito il bisogno di recuperare proprio quella delle sorelle Dashwood, ed eccomi qui, nel verdeggiante Sussex, in un piccolo cottage modesto ma curato, ad ascoltare quello che, a distanza di anni, Jane sembra volermi dire.
Le Dashwood, dunque. La sorella minore, Margaret, lasciata perlopiù in ombra, e le due protagoniste del romanzo: Elinor, la maggiore, lucida, razionale, calma. E Marianne, la seconda, travolgente, passionale, emotiva. Entriamo nelle loro vite di fanciulle di epoca vittoriana, fatta di educazione, di convenzioni più o meno rigide, di visite di cortesia scandite con regolarità quasi scientifica, di sonate al pianoforte, passeggiate sui sentieri placidi delle verdi colline inglesi e della ricerca del vero amore, del matrimionio o di entrambi.
Un mondo apparentemente lontano anni luce dal nostro, fatto talvolta di donne dal taglio frivolo e scialbo - come Fanny, la giovane moglie del fratello delle tre ragazze, o come Lucy Steele, avviluppatasi a Elinor in una sorta di amicizia a senso unico, che la signorina Dashwood ricambia con ferma cortesia.
Eppure, un mondo attuale, sotto certi aspetti che Jane non tarda ad illuminare con la sua caratteristica, pungente ironia: l'ipocrisia di talune forme di ostentata generosità (sarebbe complicato riassumerlo qui in poche righe, vi rimando solo alla già menzionata cognata Fanny, ed alle sue complesse manovre per sottrarre alle tre sorelle del marito la maggior quantità possibile di denaro e di beni, pur continuando a dimostrare a sè stessa di esserne invece una grande benefattrice), l'incostanza delle relazioni umane, la debolezza di carattere che priva alcuni della capacità di imporsi. E poi, le rigide briglie delle convenzioni sociali che, nel 2018, siamo riuscite solo in parte ad allentare, il giudizio del prossimo sempre in agguato, il mito mai tramontato del buon partito, un certo stereotipo di donna che tarda, anch'esso, a tramontare.
In mezzo a tutto questo, si muovono le due protagoniste, entrambe costrette a far fronte ad un amore disilluso, ciascuna coi propri mezzi. La tempestosa Marianne dando sfogo al suo dolore, piangendo lacrime di rabbia fino a sfiancarsi; la razionale Elinor, invece, col silenzio, la calma, l'analisi lucida, la compostezza, l'accettazione masochistica.
Quale delle due avrà ragione? Qual è il modo migliore per affrontare la vita? Prenderla di petto, lasciandosi andare ad entusiasmi smodati e dando sfogo altrettanto violento al dolore?
O affrontarla con distacco, senza mai eccedere nelle emozioni, senza lasciar trasparire all'esterno il proprio dolore?

Ad entrambe, la vita riserverà piccoli colpi di scena e un gran finale, per arrivare al quale però dovranno penare non poco, in un frusciare di vesti e lunghe, lunghissime conversazioni dallo stile talvolta un po' arzigogolato ma dal sapore assolutamente "vintage" che chi, come me, ama la Austen non può non adorare.
E poi, la sorpresa di scoprire che, malgrado nei miei ricordi fosse Marianne il personaggio con cui all'epoca della prima lettura mi identificai, rileggendolo ora sento invece di appartenere più al mondo cauto di Elinor.
Miracoli della lettura, per cui le stesse parole rilette a distanza di venti anni sanno darti emozioni diverse.

UN ASSAGGIO:

"Marianne si sveglio l'indomani tutta lieta. La delusione della sera precedente sembrava dimenticata nell'attesa di quello che poteva capitare quel giorno. Avevano finito da poco la colazione quando la barouche della signora Palmer si fermò alla porta, e pochi minuti dopo ella entrò ridendo nella stanza; così felice di rivedere tutte che non si capiva se traesse maggior piacere dal ritrovarsi con sua madre o con le signorine Dashwood; così sorpresa del loro arrivo in città, quantunque era cosa che si era sempre aspettata; così stizzita che avessero accettato l'invito di sua madre dopo aver declinato il suo ma allo stesso tempo non le avrebbe mai perdonate se non fossero venute!
'Il signor Palmer sarà felice di vedervi' aggiunse 'indovinate un po' che ha detto quando ha saputo che venivate con la mamma? .. Adesso l'ho dimenticato, ma era una cosa tanto buffa!'
Dopo un paio d'ore trascorse in quelle che sua madre chiamava 'quattro chiacchiere fra noi', in altre parole, in ogni specie di domande su tutte le loro conoscenze da parte della signora Jennings, e di risate senza ragione da parte del signor Palmer, quest'ultima propose che andassero tutte insieme in certi negozi dove aveva intenzione di recarsi quella mattina; al che la signora Jennings ed Elinor acconsentirono subito, avendo acquisti da fare anch'esse; e Marianne, dopo un primo rifiuto, fu indotta ad accompagnarle."

domenica 22 ottobre 2017

RAY BRADBURY - Paese d'ottobre

DOVE: perlopiù nel Midwest degli USA
QUANDO: tra gli anni '30 e gli anni '40

Ci sono libri che sembrano essere stati scritti appositamente per l'autunno, per le prime serate fredde che fanno venire voglia di plaid, di cioccolata calda e per chi- come me - li ama alla follia, di un gatto sulle ginocchia. Ecco, questo è uno di quei libri, perfetti per ritagliarsi momenti di evasione mordi e fuggi.
Come ho scritto in diverse occasioni, non sono un'amante del racconto; trovo che in molti casi le storie di poche pagine non riescano a coinvolgermi, restando perdipiù incompiute, e lasciandomi in bocca un sapore amarognolo e deludente, come di qualcosa che doveva essere e non è stato. Accade anche, però che il racconto in mano a penne particolarmente dotate, diventi "altro", una piccola storia compiuta, da mangiare in un boccone, come quei piccoli mignon colorati che occhieggiano dalle vetrine delle pasticcerie e che ti vien voglia di divorare uno dopo l'altro. Accade raramente, ma accade. Con Asimov, per esempio, e il suo brillante I racconti dei Vedovi Neri. Oppure, con le bizzarre e guizzanti Storie del Terrore da un minuto.
Ed accade con Bradbury ed i suoi brevi, stralunati, surreali racconti autunnali che ci trasportano nella provincia americana a cavallo tra gli anni '30 e '40, dove accadono cose strane, talvolta semplicemente ambigue, talvolta decisamente spaventose.
Ecco, va anche detto che probabilmente per quanto mi riguarda apprezzo i racconti quando strizzano l'occhio non dico all'horror, ma perlomeno al mistero, da buona ex ragazza degli anni '90 cresciuta a pane e Mulder&Scully.
Ho comprato questo libro su Amazon, semplicemente - lo confesso - a completamento di un ordine, per arrivare alla cifra necessaria per evitare le spese di spedizione; l'ho comprato senza troppe aspettative, ma con una certa curiosità. Punto primo, perchè di lui avevo letto - millenni fa - le Cronache Marziane (ed anzi, sarei curiosa di recuperarle). Punto secondo, perchè al di là della promessa di sapori "surreali", mi intrigava moltissimo questa ambientazione negli USA della prima metà del Ventesimo Secolo.
Di storie e di luoghi, poi, in queste pagine se ne trovano per tutti i gusti, Per esempio, un vecchio e cadente Luna Park coi suoi baracconi allineati lungo un molo, nell'afa di una sera di fine estate.
Oppure, una quieta, silenziosa ed elegante casa circondata da un folto bosco che la protegge dai pericoli del mondo esterno. O un lago, un quieto e luccicante lago, con la sua spiaggia silenziosa ed i baracchini dei panini imbottiti chiusi, con le imposte inchiodate.
O una città, una perfetta, ordinata, caotica, trafficata, pericolosa città degli anni'30, con le automobili lucide come insetti che scorrono sulle strade dritte, gli attraversamenti pedonali, i grattacieli color piombo dritti contro il cielo.
Su questi perfetti, suggestivi scenari scorrono poi, come in un teatrino magnetico, le vicende di decine di personaggi, storie diverse una dall'altra ma tutte accomunate dal retrogusto surreale, misterioso, talvolta inquieto.
Un bambino bloccato a letto da una lunga malattia, e la straordinaria amicizia del suo cane, che gli porta in camera brandelli di quel mondo esterno dal quale è escluso.
Una giovane mamma che sembra crollare psicologicamente, convinta che il suo neonato nasconda un'inquietante verità.
Un agricoltore, la sua famiglia ed uno strano, stranissimo campo di grano.
Il giovane Timothy, membro "diverso" di una famiglia "speciale".
Tanti ingredienti perfettamente miscelati per creare 19 racconti instabili, inquieti, bizzarri.
Diciannove micro-viaggi in altrettanti piccoli mondi di un'America divenuta antica, tra città e campagne, con un piccolo sconfinamento in Messico assieme ad una coppia di mezza età alle prese con un misterioso rituale di mummificazione.
Il mio preferito tra tutti, decisamente, "L'emissario".
Da leggere se amate le storie che strizzano l'occhio all'irreale, al fantastico e al nonsense.

UN ASSAGGIO:

"Martin seppe che era tornato l'autunno, perchè entrando in casa di corsa Fido portò vento, brina e un sentore di mele inacidite sotto gli alberi. Nelle molle d'orologio del suo pelame, Fido raccoglieva il solidago, la polvere dell'astrea che dà l'addio all'estate, guscio di ghianda, pelo di scoiattolo, piuma di pettirosso partito, segatura di legna da ardere appena tagliata e foglie, simili a tizzoni scrollati dalla vampata fulva degli aceri. Fido balzò. Una pioggia di gracile felce, di pruno da more, d'erba di palude si riversò sul letto dove Martin strillava. Nessun dubbio, nessunissimo dubbio, quella bestia incredibile era ottobre!
'Qua, bravo, qua'
E Fido si adagiò a riscaldare il corpo di Martin con tutti i falò e i fuochi misteriosi di stagione, e a riempire al camera degli odori tenui o forti, umidi o secchi di una lunga gita."