lunedì 13 febbraio 2017

PATRICK SUSKIND - Il Piccione

DOVE: Parigi
QUANDO: oggi

Jonathan Noel è un impeccabile ed abitudinario cinquantenne, solitario, orgogliosamente attaccato al suo trententennale impiego come guardia giurata per la banca in rue de Sevres, nonchè puntuale affittuario in una minuscola e soffocante mansarda in rue de la Planche. Tra queste due vie, trascorre una vita la cui ritmata monotonia lo rassicura; soddisfatto di sè stesso e dei piccoli traguardi da lui raggiunti, Jonathan vive serenamente, con un occhio alla pensione ed in testa il piccolo ma soddisfacente progetto di rilevare la camera in cui vive come inquilino diventandone infine proprietario.
Un'esistenza dunque tranquilla, un uomo onesto e preciso anche se un tantino misantropo, con le salde abitudini - a filo della maniacalità - cha scandiscono i tempi di chi è abituato da decenni a vivere da solo. Un uomo che basta a sè stesso, oseremmo dire, e che quotidianamente trova soddisfazione ed appagamento nel compiere bene il suo lavoro: ritto sugli scalini di fronte alla banca, ben saldo sulle gambe, studiatamente statuario e rassicurante, salvo poi scattare puntualmente ad aprire il cancello all'approssimarsi della limousine di monsieur Roedel, il direttore della banca. Un lieve cenno di saluto, appena accennato, e poi di nuovo, ritto come una sfinge sui gradini della banca fino all'orario di chiusura.Giorno dopo giorno, anno dopo anno, con la pioggia, o il sole, o il vento che strapazza le cartacce lungo la strada, tra i tavolini del caffè di fronte. Potrebbe mai qualcosa perturbare la solida calma della sua esistenza? Ahimè, potrebbe eccome.
Ed accade all'improvviso, quando una mattina, nel tranquillo rituale dei suoi preparativi, Jonathan si imbatte in un piccione.
Entrato chissà come - forse attraverso una finestra lasciata aperta - il piccione dall'aspetto malandato è proprio lì, di fronte alla sua porta, immobile, e lo fissa con un occhio quieto e rotondo, da piccione.
E qualcosa, nella solida affidabile esistenza di Jonathan, a quel punto si incrina. 
Un viaggio assolutamente sui generis, questo. Perchè sì, siamo a Parigi, nella tranquilla esistenza di una guardia giurata che a piedi si muove dalla sua minuscola mansarda in rue de la Planche ai gradini della banca in rue de Sevres; ma il viaggio - quello vero - attraverso cui ci guida Suskind, è quello all'interno della mente di un uomo. Un uomo qualunque, con il suo lavoro e le sue certezze, che improvvisamente, inaspettatamente, si ritrova imbrigliato da qualcosa - fobia, attacco di panico, o le due cose insieme - che finisce per sgretolare la tranquillità della sua routine, scaraventandolo in un vortice di pensieri che, come una valanga, trascinano con sè tutto ciò che toccano, ingigantendo sempre più la morsa che lo imprigiona. Un uomo che perde gradualmente sicurezza, fiducia in sè stesso e inevitabilmente attira su di sè piccoli contrattempi che alimentano a loro volta la spirale di insicurezza.
Il lavoro, la prospettiva di una pensione dignitosa, l'impeccabile professionalità con cui per oltre vent'anni si era sempre presentato puntuale, perfino la postura statuaria con la quale abitualmente affrontava il suo lavoro, tutto spezzato in mille frantumi. Il solido, affidabile Jonathan, scoprendosi prigioniero della sua paura, va in pezzi per lo sguardo di un piccione.
Che ne sarà, adesso, di Jonathan? Riuscirà a riprendere il timone della sua esistenza, riprendendo il controllo dei pensieri e superando il momento di crisi? O si lascerà sprofondare, andando alla deriva proprio quando era ad un passo dalla realizzazione dei suoi - seppur modesti - desideri?
Una storia particolare, introspettiva, che getta un fascio di luce sui momenti oscuri della nostra anima, quando cadiamo preda del panico, e vediamo sfuggirci via tra le dita tutto ciò che abbiamo costruito.


UN ASSAGGIO:

"Era sceso sul gradino più basso della scala di marmo, la risalì e cercò di riassumere la sua posizione. Si accorse subito che non ci riusciva. Le spalle non volevano più star dritte, le braccia gli penzolavano lungo la cucitura dei pantaloni. Sapeva che in quel momento dava un miserabile spettacolo di sè, e non poteva farci nulla. con muta disperazione fissò il marciapiede, la strada, il caffè dirimpetto. Il tremolio dell'aria era scomparso. Le cose erano di nuovo al loro posto, le linee erano dritte, il mondo si stagliava chiaro di fronte ai suoi occhi. Sentiva il fragore del traffico, il cigolio delle porte degli autobus, le grida dei camerieri dal caffè, il ticchettio dei tacchi delle donne. Nè la sua facoltà visiva nè il suo udito erano lesi. Ma il sudore gli scorreva a fiotti dalla fronte. Si sentiva debole. Si girò, salì sul secondo gradino, salì sul terso gradino e si nascose nell'ombra contro la colonna accanto alla porta esterna. Incrociò le mani dietro la schiena in modo da toccare la colonna. Poi si lasciò scivolare lentamente all'indietro, contro le proprie mani e contro la colonna e vi si appoggiò, per la prima volta nei suoi trent'anni di servizio."

mercoledì 1 febbraio 2017

KATHERINE PANCOL - Gli occhi gialli dei coccodrilli

DOVE: Courbevoie, perferia di Parigi
QUANDO: oggi

Massiccio ma scorrevole, "Gli occhi gialli dei coccodrilli" è stata una piacevole scoperta. Premetto e ammetto che, con il progredire dell'età, storco sempre un po' il naso quando, nel terminare un libro, tutto è andato per il verso giusto, scorrendo verso un prevedibile lieto fine nel quale i pezzi combaciano tutti alla perfezione.
 Ed ammetto anche che, dalla prima all'ultima pagina, ho provato una profonda antipatia per quasi tutti i personaggi del libro, in primis per la goffa protagonista Josephine, mamma imbranata e fresca di separazione alle prese con i conti di fine mese da far quadrare e due figlie per versi differenti impegnative da far crescere.
Eppure, nel complesso, è stato un viaggio brioso e gradevole in un piccolo scorcio della Parigi odierna, tra la periferia caotica ed il centro patinato, nella vita di due sorelle agli antipodi.
Josephine, appunto, per vocazione brutto anatroccolo: insicura, timida, impacciata, apparentemente priva di midolllo spinale, incline al piagnisteo, eppure brillante ricercatrice universitaria specializzata nella storia medievale. Un marito disoccupato trasferitosi poi in Africa in cerca di fortuna come allevatore di coccodrilli assieme alla sua giovane amante Mylene. Due figlie, Zoè ed Hortense; la prima piccola ed immatura, la seconda ambiziosa e furba.
E, dall'altra parte, sua sorella Iris, ex sceneggiatrice divenuta poi casalinga extralusso dopo l'invidiatissimo matrimonio con Philippe Dupin, uomo d'affari e padre di suo figlio Alexandre; una casa in un quartiere esclusivo, una fida cameriera personale, lunghi pomeriggi di shopping griffatissimo, pranzi rigorosamente light in ristoranti stellati assieme alla pseudo-amica Berengere.
Tra le due sorelle, Henriette Grobz, la loro filiforme ed austera madre, rigidissima, anaffettiva, con una spiccata predilezione per la bella Iris e per la sua vita lussuosa, frutto di una fortunata ed oculatissima scelta del partner.
Da qui, l'avvio di un intreccio complesso, in cui le due sorelle si legano in un silenzioso accordo nato dal capriccio di Iris, che decide di ammazzare la monotonia del lusso in cui ozia inventandosi una carriera di scrittrice. Ma da dove iniziare, se di scrivere non ha nè il tempo nè la voglia? Semplice: convincendo la sua malleabile sorella Jo, bisognosa di denaro come non mai, a farle da ghost writer, dividendo poi i compensi e lasciando naturalmente ad Iris, bellissima ed esibizionista, onere ed onore delle luci della ribalta.
Un romanzo dallo stile avvolgente e morbido, in cui si parla di mutamenti e di reazione agli eventi, di chi reagisce e chi si lascia andare, di amore vero e di sottomissione, il tutto sullo sfondo suggestivo di una Parigi distaccata, affascinante, spumeggiante di lusso e di vita.
Un intreccio di amori, amanti, piccoli-grandi segreti, amicizia e solitudine, piacevole come una corsa in taxi attraverso le bellezze della Ville Lumiere.
Tutto sommato gradevole, malgrado -come ho scritto - tutto finisca per filare fin troppo liscio, in conclusione. Ma forse sono io che in questa fase della mia vita (che mi stia trasformando in Malefica, la strega della Bella Addormentata? ^_^ ) ho un po' di rifiuto per i lieto fine....

UN ASSAGGIO:

"Josephine riagganciò e procedette incerta fino al balcone. Aveva preso l'abitudine di rifugiarsi lì. Dal balcone, contemplava le stelle. Interpretava un luccichio o il passaggio di una stella cadente come un segno che qualcuno la ascoltava, che il cielo vegliava su di lei. Quella sera, si inginocchiò sul cemento, congiunse le mani e, alzando gli occhi al cielo, recitò una preghiera: "stelle, per favore, fate che io non sia più sola, che non sia più povera, fate che io non sia più assillata dalla sorte. Sono stanca, così stanca... Stelle, da sola non si combina niente di buono, e io sono così sola. Datemi la pace e la forza interiore, datemi l'uomo che aspetto in segreto. Alto o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, giovane o vecchio: non ha importanza per me. Datemi un uomo che mi amerà, e io lo amerò. Se è triste, lo farò ridere; se è insicuro, lo rassicurerò; se si batte, sarò al suo fianco. Non vi chiedo l'impossibile. vi chiedo semplicemente un uomo, perchè vedete, stelle, l'amore è la più grande ricchezza che c'è...."

venerdì 27 gennaio 2017

Il SENSO della MEMORIA


 
Ho sempre preferito affrontare in silenzio la Giornata della Memoria. Trovo che il rischio di cadere nella banalità sia elevatissimo, pertanto ho sempre lasciato il mio blog muto, in questa giornata.
Ad eccezione di qualche anno fa, quando scelsi di condividere in tale occasione il brano di un libro delicatissimo (qui recensito) in cui si parla di dolore, di rinascita, di speranza.

Ora, io onestamente non sono una ferratissima in "etichetta blogghesca", e non so se riproporre un brano già condiviso in precedenza possa far accapponare la pelle alle blogger più tradizionaliste.
Ma trovo che siano delle parole talmente azzeccate, talmente intense, talmente intrise di struggente dolore, che io me ne infischio delle consuetudini della blogosfera, e le ripropongo oggi.

Giusto per contestualizzarle, siamo in Ruanda, dopo la fine della guerra, in visita al Memoriale eretto in ricordo del genocidio di Kigali (250 mila vittime, per chi volesse ho inserito il link al sito del Memoriale stesso).
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, temo. La memoria degli uomini, ahimè, è labile.


.... "Hanno bisogno di vedere i corpi per ricordare?" Domandò Angel "Non se lo ricordano ogni volta che si girano per parlare con i loro cari e scoprono che non ci sono più?"
"Sono sicuro che sia così, signora. Ma i nostri figli che sono troppo giovani per ricordare avranno bisogno di quel posto per non dimenticare, e i figli dei nostri figli che verranno dopo. E molti turisti da altri paesi ci sono già stati per vedere quello che è successo. Molti Wazungu hanno firmato il registro dei visitatori."
<...> "E tu, Binaisa?" Domandò Pius "cosa sei riuscito a scrivere?"
"Non ci crederai, Tungaraza, ma ho scritto solo due parole, le stesse he molti Wazungu avevano già scritto. Mi sento in imbarazzo a dire quali sono."
" 'Mai più'?" suggerì Gasana "Le ho viste scritte più e più volte sul registro"
"E' la stessa cosa che si disse quando vennero chiusi i campi di concentramento in Europa." commentò Angel "Ti ricordi, Pius? 'Mai più' era scritto ovunque in quel museo dove andammo in Germania."
"E se allora quelle parole avessero significato qualcosa, non sarebbero più esistiti posti come quello dove siamo appena stati, oggi, con registri dove la gente può continuare a scrivere 'mai più'" Osservò Pius.
"Hai ragione, Tungaraza, e le parole che ho scritto oggi hanno poco valore, lo stesso che avevano tanti anni fa. Di sicuro in futuro ci saranno altri massacri nel mondo, dopo i quali qualcuno scriverà su un registro 'mai più' - e di nuovo quelle parole non significheranno niente. <...>"


GAILE PARKIN, "Africa Social Club" 

                                                          (immagine presa dal Web)
                                 

mercoledì 18 gennaio 2017

VIRGINIA MACGREGOR - Quello che gli altri non vedono

DOVE: Slipton, UK
QUANDO: oggi

Storiella leggera ed un tantino naive, forse un po' troppo al punto da sfociare direttamente nel mondo fiabesco, lì dove non si vedrebbe nulla di strano nell'amicizia tra un bambino costretto a crescere in fretta sobbarcandosi la cura della bisnonna ed un giovane clochard. Ma tutto sommato, in un'epoca cupa di terrore e diffidenza verso carnagioni dal sapore mediorientale, abbiamo bisogno anche di questo, di una zuccherosa favola per adulti nella quale i buoni e i cattivi hanno confini netti e ben definiti. Che poi, a ben guardare, in questa favoletta per adulti sono proprio gli adulti a far confusione. Come Sandy, giovane estetista di Slipton nonchè madre separata lasciatasi andare allo sconforto per i conti di fine mese che non quadrano ed incapace di prendere in mano le redini della sua vita. O Andy, il suo ex marito, fuggito dal soffocante tran tran e dalle responsabilità quotidiane per trasferirsi all'estero con una giovane e graziosa Amichetta.
Ma per fortuna, a far chiarezza e lucidità in questo mondo di adulti caotici, di padri immaturi e madri depresse, ecco spuntare lui, Milo, nove anni, serio, disciplinato, responsabile, ma soprattutto affetto da un disturbo agli occhi che gli sta - gradualmente- strappando via la vista, restringendo sempre più il suo campo visivo e costringendolo ad osservare il mondo attraverso un piccolo forellino.
Milo, che raccoglie i pezzi della mamma quando crolla, che si prende cura di un maialino domestico, che dopo la scuola amorevolmente accudisce la bisnonna Lou, chiusa nel suo mutismo decennale e bisognosa di attenzioni come una bambina.
Milo è attento, sensibile, sveglio. E quando la mamma, sopraffatta dalle spese, decide di affidare nonna Lou alle asettiche cure della prestigiosa Casa di Cura Nontiscordardimè per disporre di una camera libera da affittare, il ragazzino fiuta subito che qualcosa, lì dentro, non va.
Attraverso il suo forellino, osserva il sorriso di plastica dell'infermiera Thornill, i pavimenti lucidi, le pareti scintillanti; ma soprattutto, osserva nonna Lou e le altre ospiti della casa, sempre intontite, sempre addormentate, come "spente".
Abituato a porre attenzione ad ogni minimo dettaglio, il piccolo Milo avverte subito che qualcosa lì dentro non funziona; ma di nuovo, intorno a sè, non trova che adulti immaturi, ciechi, facilmente ingannati dalle apparenze. Ma lui, armato dello sconfinato amore che nutre per la nonna, e trovando finalmente appoggio nel timido Tripi, profugo siriano divenuto cuoco della Nontiscordardimè, non demorde, e caparbiamente insiste nella sua indagine in cerca della verità.
Una storiella semplice, come ho scritto a tratti fin troppo "ingenua" (non voglio spoilerare troppo, chi dovesse averla letta mi dirà se ha  meno avuto la stessa impressione), ma scorrevole e gradevole anche laddove è un tantino prevedibile.
E uno sguardo dolcemente compassionevole sulla disabilità, sul modo in cui i bambini la vivono, spinti dalla loro innata, straordinaria forza di vivere.

UN ASSAGGIO:

"In Siria, nessuno mette mai gli anziani nelle case di riposo. Vivono con le loro famiglie, si siedono e raccontano storie e mangiano baklava e bevono caffè nero, fortissimo in bicchieri di vetro.
Tripi avrebbe voluto dire alla signora che neanche lui avrebbe  mai mangiato quelle patate, bianche come la sabbia della Siria, e nemmeno il pezzo di manzo filaccioso affogato in quella pozza di sughetto marrone. Avrebbe voluto dirle che un giorno le avrebbe preparato un banchetto come quelli che facevano per i ricconi del Four Seasons di Damasco.
Il terzo giorno di lavoro di Tripi stava volgendo al termine e l'infermiera Thornhill era stata troppo indaffarata per chiedegli di riempire le caselle vuote sul modulo azzurro, il che gli dava un altro po' di tempo per cercarsi una casa.
Mentre attraversava il parco, Tripi si nascose dietro al cespuglio di alloro e aspettò che il guardiano chiudesse i cancelli. Poi stese il sacco a pelo e disse le sue preghiere, in ritardo sul tramonto del sole. Quando inspirava, i polmoni gli facevano male; il freddo gli era già entrato dentro. Di notte, mentre dormiva, sentiva che tra le costole gli si formavano lastre di ghiaccio.
A Damasco poteva accadere che la temperatura scendesse molto al di sotto dei 10 gradi. E quando arrivava il freddo, a volte arrivava anche la neve. In primavera, quando pioveva, cadevano gocce grosse e cristalline che andavano a gonfiare i fiumi e a far girare le ruote di legno e le pale dei mulini, così da far scorrere acqua pulita per tutta Damasco. Qui la pioggia era sottile, sporca e fredda."

giovedì 12 gennaio 2017

BANANA YOSHIMOTO - A proposito di lei

DOVE: Giappone
QUANDO: oggi

Anno iniziato male, malissimo, per me. Otite, placche, punture di antibiotico con annessi e connessi (nausea, capogiri, spossatezza), il tutto con un figlio, due gatti e un cane da accudire.
Tutto sommato, però, la malattia mi ha consentito di riprendere in mano le fila del blog, questa mia povera creatura che ho abbandonato per un paio di mesi, inghiottita dal vortice del lavoro. Dunque, eccomi qui, nella mia piccola oasi di pace, per condividere le mie ultime letture. Cominciando da lei, la mia amatissima Banana Yoshimoto, già recensita in diverse occasioni. Lei è una compagna di viaggio di cui non mi stanco mai. Anche se, lo ammetto, con questo libro ho faticato un po' a ingranare. Di solito divoro in poche ore le sue creazioni, tuffandomi senza esitazione nel suo mondo sempre soffuso di malinconica poesia, riemergendone con un gran senso di calma interiore.
Come mai- mi chiedevo invece, pagina dopo pagina, mentre affrontavo "A proposito di lei" - questa volta Banana non riesce a catturarmi? Come mai tutta questa lentezza, come mai non c'è il tuo inconfondibile "timbro" di sognante poesia?
Ma eccola, l'inconfondibile penna di Banana. Eccola lì, nelle ultime pagine, quando davanti ai miei occhi delinea il colpo di scena finale, e tutto si fa improvvisamente chiaro.
Ho faticato, lo ammetto, ma alla fine non mi ha deluso. Pur non essendo in assoluto la mia opera preferita (continuo ad amare alla follia Moshi Moshi, e Kitchen sopra ogni cosa), anche qui ho ritrovato - per certi versi più che mai - la sua tenera poeticità nell'affrontare il dolore, la sua maliconia sognante, la sua capacità di lasciarti, attraverso una storia drammatica, un germe caldo di pace interiore.
Siamo nella vita di Yumiko, giovane donna proveniente da una ricca famiglia il cui passato è stato però lacerato da un orrendo, terribile delitto compiuto da sua madre. Anzi, più che lacerato, mutilato in piena regola; perchè traumatizzata dall'orrore a cui ha assistito, Yumiko conserva del passato poco più che qualche brandello sopravvissuto alle voraci amnesie di cui soffre, e che pezzo a pezzo glielo hanno divorato. Ad aiutarla a mettere ordine nei suoi ricordi, ecco riapparire da quel passato oscuro suo cugino Shoichi, figlio della gemella di sua madre, col quale un tempo erano legati da una strettissima amicizia; obbedendo all'ultimo desiderio di sua madre morente, il giovane Shoichi si è messo sulle tracce della cugina per tenderle finalmente la mano che a suo tempo non aveva avuto.
Insieme, dolorosamente, i due cominciano a ricostruire - tassello dopo tassello - la storia delle due gemelle; intensamente legate da piccole, entrambe apprendiste streghe così come lo era stata a suo tempo la loro mamma, cresciute poi su binari che hanno finito per divergere, conducendo da un lato la mamma di Yumiko alle seduzioni oscure della magia nera e dall'altro la madre di Shoichi ad impegnare tutte le sue energie per trovare un saldo equilibrio interiore.
Passo dopo passo, accompagnata dal solido Shoichi, la piccola, traballante Yumiko recupera la sua memoria, riacquistando fiducia in sè stessa e guardando finalmente in faccia la realtà delle cose. Dolorosamente, scopre chi erano veramente sua madre e sua zia, ricostruendo con fatica e con sguardo compassionevole il lento declino che le ha divise, conducendo sua madre al folle omicidio che aveva stravolto la vita dell'intera famiglia.

Una storia per molti versi oscura, inquieta, angosciante e dolorosa, ma d'altro canto soffusa di tenue speranza e poetico, velato ottimismo.

Non è un libro che consiglio a chi, per la prima volta, si accosta a lei; nè tantomeno lo consiglierei a chi avesse già letto, per citarne uno, kitchen, ed avesse trovato i suoi ritmi troppo "lenti" e poco occidentali.
Ma sarei curiosa di avere il parere di altri amanti di questa scrittrice. per capire se solo io ho faticato così tanto ad ingranare in questa storia, pur trovandomi a chiudere il libro dopo aver letto l'ultima pagina in preda ad una grande emozione.

UN ASSAGGIO:

"Sul tavolo, l'unico oggetto rimasto era un candelabro. Ricordai che la mamma vi accendeva spesso delle candele. Provai a toccarlo dolcemente. Era il punto che le mani morbide e bianche della mamma toccavano sempre. Mamma, pensai, e improvvisamente provai il desiderio di incontrarla.
Avrei voluto ritrovarla, sentire la sua voce, vederla camminare. Avrei voluto incontrarla. Da quel giorno non l'avevo più vista. Prima che perdesse la ragione, c'era stato un tempo in cui mi abbracciava con dolcezza, e sorrideva guardandomi.
Piangendo mi strinsi forte la mano da sola.
Shoichi mi aveva messo una mano sulla schiena e continuava a darmi dei leggeri colpetti. Come avrebbe fatto una madre. Probabilmente era quello che la zia faceva a lui, pensai. Se le persone possono restituire agli altri solo quello che hanno ricevuto dai propri genitori, allora io? Potevo considerarmi a posto?
Paragonata alla complessità di quello che avevo dentro, quella stanza, che ormai era solo una sala da pranzo in rovina, mi appariva quasi insignificante. Non era che una stanza buia, opprimente, dimenticata da tutto e tutti."

martedì 15 novembre 2016

DOUGLAS ADAMS - Guida galattica per gli autostoppisti



DOVE: in giro per lo spazio
QUANDO: più o meno negli anni '80 del Pianeta Terra

Ecco un viaggetto che pregustavo da tempo, pur non essendo, lo ammetto, quel che si dice una estimatrice del genere fantascientifico (nè in formato cartaceò nè in quello cinematografico). Ma della Guida Galattica ho sempre sentito così tanto parlare, che non potevo non avventurarmi tra le sue pagine, prima o poi. E così, con l'acquolina in bocca, assolutamente digiuna di viaggi interstellari, mi sono lasciata andare.
Certo, per apprezzarlo bisogna essere, se non proprio degli appassionati del genere, perlomeno dei lettori privi di pregiudizi e pronti ad addentrarsi di tanto in tanto in qualche intricato ragionamento di statistica, probabilità e pensiero computazionale, che rallenta un tantino il ritmo altrimenti serrato della storia. Ma se siete pronti a saltare nello spazio interstellare, il risultato sarà un viaggio assolutamente appassionante e non convenzionale.
La trama è complicata da dipanare, se non si vogliono rovinare i piccoli e saporiti colpi di scena in cui si incappa, tra una pagina e l'altra; diciamo solo che siamo in un anonimo giovedì mattina nell'Inghilterra Sudoccidentale, e l'anonimo trentenne ed ex londinese Arthur Dent, impiegato in una radio locale, conduce la sua vita anonima in una altrettanto anonima casa destinata ad essere abbattuta per far posto ad una scintillante tangenziale.
Tutto inizia da qui, da una pigra e soleggiata mattina, in una casa di mattoni immersa in un giardino reso fangoso dal temporale notturno, con un bulldozer che borbotta scalpitando mentre Arthur, all'interno, l'umore grigio e il passo pesante, si lava per quella che probabilmente sarà la sua ultima mattina in quella casa.
Ecco, una di quelle giornate che sembrano pessime, e nelle quali - ti verrebbe da dire - tocchi il fondo, tanto che "peggio di così non può andare"...
Peccato che, per Arthur Dent, solitario, grigio ed apatico cittadino del Pianeta Terra, le cose stanno per andare peggio, eccome... Se perdere la propria casa per un intestardimento della burocrazia vi sembra già un evento disperato, cosa pensereste se vi dicessi che il piccolo e insignficante (se lo guardiamo dall'ottica dell'Universo) Dent sta per perdere il suo stesso pianeta?
E qui mi fermo, senza scendere più di così nei dettagli; perchè la guida galattica va gustata, pagina dopo pagina. Uno stile scorrevole, una storia di viaggi intergalattici, navi interstellari, creature poliformi, con un retrogusto un tantino retrò, di quella fantascienza "di una volta", di quando ancora ascoltavamo la musica con il mangianastri ignorando che un giorno avremmo avuto Spotify e YouTube.
Una storia ricca di umorismo ed autoironia, di robot umanizzati - anche troppo - e di esseri bicefali, di ricchi rampolli annoiati che intraprendono in  autostop (anche questo, un termine dal sapore estremamente vintage) lunghi viaggi "low-comfort" attraverso le galassie, di misteriosi e leggendari fabbricanti di pianeti, di un asettico e distante Governo Galattico Imperiale, di irritabili e disgustose creature aliene, di immense navi spaziali dai lunghi corridoi metallici.
Ma non aspettatevi un libriccino tutto esplosioni nello spazio e tentacoli melmosi; questo è anche e soprattutto un libro che fa pensare. Uno di quei libri che - un po' come Flatlandia, che recensii millenni fa - mentre lo leggi ti dà la sensazione di dare "respiro" ai neuroni resi asfittici dall'era degli smartphone. Perchè qui, al di là dei salti interstellari, si parla di convivenza e conflitti tra i diversi, di grandi domande e grandi risposte, degli intrecci imperscrutabili del destino e del senso recondito della vita sul nostro pianeta.
Un libro che ti cattura e si fa leggere in poche ore, ma che ti lascia dentro un piccolo germoglio di riflessione su chi siamo noi, all'interno dell'immensità dell'universo.

UN ASSAGGIO:

"Il prostetnico vogon Jeltz non era piacevole a vedersi. Nemmeno per gli altri vogon. Il suo nasone a volta saliva alto sopra la piccola fronte da porcello. La sua pelle verde scuro, gommosa, era abbastanza spessa da permettegli di giocare bene al gioco della politica del Servizio Civile vogon, ed era abbastanza impermeabile da permettergli di sopravvivere tranquillamente, senza effetti collaterali, a una profondità sottomarina di trecento metri.
Non che lui andasse mai a nuotare, beninteso. Era sempre troppo occupato per farlo. Il suo aspetto era quello perchè miliardi di anni prima, quando i vogon erano usciti strisciando dai pigri mari primordiali di Vogsfera ed erano approdati ansimanti alle rive vergini del pianeta, quando i primi raggi del giovane brillante Vogsole loi aveva investiti col suo splendore, era successo che le forze dell'evoluzione avevano rinunciato ad occuparsi di loro: si erano come tirate in disparte, disgustate, e li avevano esclusi dal loro elenco, considerandoli un orrido ed increscioso errore. Così, i vogon non si erano più evoluti. Anzi, non sarebbero mai dovuti sopravvivere."

mercoledì 26 ottobre 2016

BANANA YOSHIMOTO - Andromeda Heights

DOVE: Giappone, tra città e boschi di montagna
QUANDO: oggi

Shizukuishi porta il nome di una particolare varietà di cacus e vive sola con la nonna in un'isolata casetta sperduta tra i boschi, in montagna, divenuta negli anni metà di un silenzioso pellegrinaggio da parte di chiunque avesse bisogno di conforto. Perchè? Ma perchè la nonna, esperta conoscitrice delle montagne, dei boschi e delle erbe, è in grado di miscelarle sapientemente a produrre dei tè dalle virtù terapeutiche, capaci di calmare e medicare il cuore di chi li sorseggia. Ecco, è bastato questo, per farmi innamorare - per l'ennesima volta, direi - della penna di Banana Yoshimoto.
Va detto che stavolta toccava delle corde a me particolarmente care - come farmacista appassionata di fitoterapia e come amante della montagna, con alle spalle anni di Dolomiti coi miei, da ragazzina, ad immergermi negli odori dei boschi. In ogni caso, da buona viaggiatrice virtuale quale sono, mi sono subito lasciata rapire dal suo solito tocco poetico ed evocante, piombando stavolta nella vita di una giovane ragazza malinconica e solitaria, trapiantata - mai come in questo caso la metafora attinta dal mondo vegetale calza a pennello - in una grande città dopo che la nonna si è trasferita a Malta, per convivere con l'uomo col quale da qualche anno intratteneva una composta e tenera corrispondenza via internet (ecco, anche questa nonna vedova che si rifà una vita con un cliente divenuto poi confidente telematico è una di quelle pennellate con cui la Yoshimoto arricchisce di poesia anche piccoli dettagli, e che io adoro).
Immaginate, quindi, il contrasto: dentro di lei, il silenzio dei boschi di montagna, l'aria tersa, il frusciare dei rami scossi dal vento, lo scricchiolare nascosto di un ramo secco sotto le zampe di un'anonimo animale, la terra umida che penetra con il suo aroma fino nelle narici, la vegetazione bagnata di rugiada, la piccola e silenziosa capanna in cui le mani della nonna miscelavano con amore i suoi celebri tè.
Fuori, il cemento, le luci, il continuo borbottare del traffico, centinaia e centinaia di teste e gambe e cappotti e borse che si affannano frettolose e distratte sui marciapiedi, i palazzi grigi che schermano la luce del sole, l'odore dei gas di scarico, le poche e anemiche piantine in cerca di ossigeno sui terrazzi.
In mezzo, sballottata tra questi sentimenti, la giovane Shizukuishi, senza amici, senza famiglia, con l'unico conforto delle erbe essiccate che ha portato con sè, dei preziosi insegnamenti della nonna sul potere terapeutico di un tè bollente e dei suoi amati, amatissimi cactus, coi quali Shizukuishi parla ed ai quali dedica cure amorevoli, certa che qualunque creatura vivente - sia essa una piantina dalle spine aguzze o un essere umano - sia meritevole d'amore.
Come può questa piccola e fragile diciottenne trovare il suo equilibrio nella giungla asfaltata? Senza svelare troppo della trama - il libro va gustato, lentamente, proprio come una bella tazza di tè - basta dire che interverranno un tramonto in un grande giardino botanico, il giovane custode di quest'ultimo e, soprattutto, Kaede, affascinante sensitivo ipovedente, presso il quale Shizukuishi inizia a lavorare come assistente.
Un libro delicato come un acquerello sulla vita, sui cambiamenti, sulla possibilità straordinaria che abbiamo di intervenire - positivamente - nelle vite degli altri, e sul destino.


UN ASSAGGIO:

"Ci svegliavamo ogni mattina alle cinque per andare a cogliere le erbe medicinali. La prima parte della giornata era dedicata interamente a farle essiccare, tagliarle e ricavarne gli estratti utilizzando una speciale acqua sorgiva o il calore diretto del sole, mentre nel pomeriggio ci occupavamo dei clienti. Nel nostro sgangherato negozio una confezione di tè costava sempre duemila yen, indipendentemente dal numero delle persone che l'acquistavano e dall'impegno che la preparazione aveva richiesto, quindi vivevamo in condizioni piuttosto modeste.
Tutti quelli che passavano, però, fosse anche solo per far visita alla nonna, portavano dei doni, il che ci garantiva almeno da mangiare. Un cacciatore della zona ci regalava carne di cinghiale e di coniglio, e inoltre il fiume era ricco di pesce. In primavera cresceva ogni genere di pianta e non avevamo problemi, le estati erano fresche, d'autunno eravamo indaffarate a raccogliere frutti, gli inverni erano freddi, ma il nostro vicino cacciatore veniva sempre a tagliarci la legna per il camino. Non ho mai avuto la sensazione che ci mancasse qualcosa, anzi, la nostra era una vita molto felice.
Le pareti di casa erano tappezzate di cartoline e lettere di ringraziamento giunte da tutto il Giappone. Quando ci sentivamo un po' abbattute ci bastava guardarle per ricordarci del sorriso di quelle persone e capire che dovevamo continuare a fare del nostro meglio."