martedì 4 luglio 2017

BANANA YOSHIMOTO - Un viaggio chiamato Vita


DOVE e QUANDO: in giro tra Giappone ed Europa, nel corso degli anni.

 Dunque, da dove inizio nel commentare questo libro? Mi butto a capofitto sull'onda delle emozioni che mi ha suscitato? O inizio in punta di piedi, cercando di parlarne prima in maniera obiettiva?
Bene, rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di andare con ordine. Punto primo: Banana Yoshimoto è uno di quegli autori che o si ama alla follia, o proprio non si digerisce. Non so perchè accada questo, ma gironzolando un po' nella blogosfera letteraria mi rendo conto che - un po' come accade con Baricco - non ci sono vie di mezzo nei post che parlano di lei.Qualcuno l'adora alla follia, qualcuno non riesce proprio a sopportarla.
Io - lo dico subito, ma chi ha sbirciato qua e là nel blog credo lo abbia capito - faccio parte del primo gruppo, di quelli che per lei hanno avuto fin da subito un colpo di fulmine e che, a distanza quasi di vent'anni dal primo incontro col suo stile delicato e poetico, continuano ad amarla.
Ecco, forse la chiave di lettura per "Un viaggio chiamato Vita" è proprio lì. Se non amate lei, il suo stile, i suoi libri, i suoi personaggi, state lontani da questo. Tantopiù che non è neanche un romanzo in senso stretto, ma una raccolta di frammenti sparsi di alcune "istantanee" della sua vita, impressioni, sensazioni, moti dell'animo che potrebbero anche sembrare senza capo nè coda.

Io, manco a dirlo, l'ho amato alla pazzia, e forse anche di più. Non sono neanche andata in giro a leggere altre recensioni per questo titolo, per non restare magari delusa scoprendo che sono la sola ad averlo apprezzato così, ma per me è uno di quei libri da tenere fissi sul comodino, a portata di mano, e da aprire a caso nei momenti cupi, per cercare una boccata di ossigeno.
Si tratta, dunque, di frammenti di vita, impressioni, diapositive fermate dalla sua penna mentre, negli anni, il suo lavoro da scrittrice la portava in giro per il mondo. Tokio, l'Italia, le Piramidi di Giza; luoghi ed istanti "fissati" dal suo occhio di autrice per salvarli dall'oblio, preservandone il ricordo, un po' come una fotografia. Ma, più che in fotografia, lei riesce a fissare nel tempo non solo le immagini, ma le emozioni che l'hanno accompagnata. Che si tratti di appunti di scrittrice in attesa di essere trasferiti nei suoi romanzi e poi sapientemente sfruttati dalla casa editrice per partorire un nuovo titolo - coi relativi incassi - poco importa; io, in queste righe, ho trovato l'essenza di lei, dei suoi personaggi, della sua visione poetica del mondo.
La sua capacità di emozionarsi per una piccola, rachitica piantina di rosmarino nel suo appartamento giapponese, in grado di evocare nella sua mente le fiere, possenti piante di rosmarino che ha visto ergersi contro il vento in Sicilia.
Essere in grado di percepire e fissare su carta il calore umano di un piccolo hotel di Kochi, al tramonto.
I frammenti sparsi della sua maternità, la meraviglia nel veder crescere suo figlio, quel misto di orgoglio e struggente nostalgia nel vederlo rendersi giorno dopo giorno indipendente (sensazione che conosco fin troppo bene, come madre).
La frenesia disumana di Tokio. La magia di una lontana nevicata, quand'era bambina. L'amore tra cani ed esseri umani, ed il vuoto catramoso nel quale ci lasciano, quando se ne vanno.
Decine e decine di appunti, fissati con delicatezza nero su bianco, intrisi di poesia. Piccole lezioni di magia del quotidiano, di empatia nei confronti del mondo, della struggente bellezza dei ricordi.

Sarà che anche io sono una grafomane; da piccola appuntavo puntualmente sul mio diario i momenti che desideravo fermare, confidando nel fatto che, rileggendoli, mi avrebbero riavvolto nel morbido piacere che dà la rievocazione dei ricordi; e tutt'ora nel cassetto del mio comodino, sotto alla Canon ed ai libri in attesa di essere letti, c'è una moleskine alla quale ahimè non riesco mai a dedicare il tempo che vorrei, e che continua a rimanere bianca, ad eccezione di una piccola manciata di fogli, testimoniando la quantità di momenti che ho lasciato scorrere senza essere stata in grado di fissarli.
Sarà anche che - come accade alla Yoshimoto in queste pagine - sono una che vive in balia delle emozioni, a cui bastano piccoli dettagli, piccoli quanto il profumo di una fogliolina di rosmarino, per evocare un mondo di sensazioni.
Sarà un insieme di tutte queste cose, ma questo libro io l'ho amato alla follia. E sono certa che tornerò a leggerlo e a rileggerlo, in futuro. Consapevole, certo, del fatto che il mio potrebbe essere un folle parere isolato, e che là fuori il mondo dei lit-blog sia pieno di prepotenti, sicure stroncature.
Chissà, mi chiedo, se qualcuno di voi che passano ogni tanto di qua lo hanno letto, e hanno voglia di condividere con me le loro impressioni?

UN ASSAGGIO:

"Nelle sere d'inverno, quando l'aria all'improvviso prende il profumo delle foglie secche bruciate, e le le finestre delle case cominciano ad illuminarsi e a fluttuare, quadrate, nella semioscurità azzurrina, in quel momento mi sembra sempre che tutti siano a metà di una strada, di ritorno verso qualcosa. Certo, ognuno di noi è sempre di ritorno verso qualche luogo, indipendentemente dalle stagioni, ma in inverno in particolare mi sembra che sia così."




giovedì 29 giugno 2017

MARCELA SERRANO - L'albergo delle donne tristi


DOVE: isola di Chiloè, al largo delle coste Cilene
QUANDO: anni' 90

Chiloè, piccola isola battuta dal vento, al largo delle coste cilene. Il luogo perfetto in cui donne ferite, amareggiate, deluse dall'amore e dalla vita possano trovare tre mesi di quiete e riparo per lenire le ferite dei loro cuori tristi. Ed è proprio qui che Elena - brillante psicologa, anch'essa donna "ferita" in primis - decide di dare vita ad un alloggio, una specie di casa-famiglia in cui queste anime in tempesta possano trovare la serenità dell'animo e ricostruire le loro vite più o meno a brandelli. Le "donne tristi" che trovano rifugio presso il silenzio dell'albergo sono madri, mogli, donne in carriera, casalinghe, più o meno giovani, tutte accomunate dall' avere un cuore in pezzi e il desiderio struggente di riprendere le redini delle proprie vite. Al di là di tutto, al di là di quello che la società esige, al di là delle convenzioni, al di là delle aspettative altrui, queste donne imparano di nuovo a rimettere sè stesse al centro dei loro pensieri, per essere in grado di spiccare di nuovo il volo ed affrontare la vita. Perchè le donne, si sa, hanno riserve di forza inimmaginabili, sempre. Solo che a volte le troppe lacrime, le troppe delusioni, la troppa sensibilità finiscono per fiaccarle. Come Floreana, secondogenita di tre femmine in una famiglia che di figli in totale ne conta cinque, la quale dopo un matrimonio naufragato ed un grave lutto in famiglia si sente vacillare, e sceglie di isolarsi nell'inverno di Chiloè per ritrovare sè stessa con l'aiuto di Elena e delle altre ospiti del suo albergo. Angelina, bellissima e insicura vittima di un matrimonio "sbagliato"; Costanza, brillante economista; Tona, attrice di mezza età oltre che donna d'impeto deciso ed apparentemente inaffondabile. Tutte con le proprie cicatrici, tutte con le proprie insicurezze, tutte in cerca di una ritrovata fiducia nel futuro.
A far da cornice alla loro lenta guarigione spirituale, il mare invernale di Chiloè, il vento impetuoso, la prorompente natura selvaggia di una piccola isola al largo delle coste del Sudamerica, battuta dalle onde tempestose, intrisa dei profumi della terra umida e dell'aria salmastra, con il suo ritmo di vita lento, ben lontano dalla frenetica corsa in tondo delle grandi metropoli.

Per certi versi, un libro che mi ha richiamato alla memoria quello della Pancol letto pochi mesi fa; anche qui una protagonista insicura, poco consapevole del suo essere donna, ripiegata sul suo lavoro di ricercatrice universitaria. Ed anche qui, un lieto fine che personalmente mi fa storcere un po' il naso - come ho scritto nella recensione al libro della Pancol, al momento i lieto fine in stile favola poco mi piacciono, ma il problema è mio e della vita che mi sta rendendo terribilmente cinica, al punto che forse dovrei ritirarmi anche io nel silenzio selvaggio di Chiloè, a riflettere su me stessa.
Nonostante questo mio punto di vista del tutto discutibile e personale, un libro delicato, lento eppure coinvolgente, intriso della forza dirompente della natura tanto che sembra quasi di sentir scrosciare la pioggia irruenta e percepire nelle narici l'armonia profumata della terra bagnata.

Un libro pieno di sensualità, di musica, di tenera e incauta speranza, di cucina speziata, di lentezza.
La storia di una lenta rinascita, perfetta da leggere in riva al mare, col sottofondo delle onde e null'altro. Lo stesso sottofondo che accompagna le fredde notti stellate di Chiloè e la lenta, quieta cicatrizzazione dei cuori feriti.

PS: ci sono libri fortemente musicali, e questo è uno di quelli. Raccomando pertanto, per entrare nello spirito, un sottofondo musicale per la mia recensione....



UN ASSAGGIO:

"Il cimitero del paese, con le sue tombe rivolte verso il mare, indifferente al frangersi sonoro delle onde, si trova a metà strada fra il paese e l'Albergo. Un paesaggio maestoso per umili, definitive dimore. A Floreana è sempre piaciuto avventurarsi nei cimiteri dei posti che visita, convinta che vi si trovino le chiavi per capire i vivi. Si dirige così a questo suo primo appuntamento deviando dalla strada per l'albergo. Per Floreana, da quando abita lì, il pomeriggio comincia tra le quattro e mezza e le cinque. Sono le quattro, c'è ancora tempo.
Alcune lapidi sono adagiate a terra, altre si ergono senza protervia. Non c'è ombra di marmo, ci sono solo lapidi di pietra o di legno grezzo. Avvolgendosi stretta nella sua mantella di lana, Floreana passeggia tra quei nomi sconosciuti con le loro date remote o recenti e i fiori appassiti. I piccoli cimiteri di paese hanno un fascino speciale, pensa, e sceglie un piccolo dosso di sabbia circondato da erba alta per sedersi ad ammirare il mare. Da quel luogo ideale, fissa il profilo del sole.
Avanti, è il momento della predica. Ora che ci pensa, non è passato neanche un mese da quella sera, in quel bar."





mercoledì 28 giugno 2017

DANIEL PENNAC - Abbaiare stanca
















DOVE: tra Parigi e Nizza
QUANDO: nel tempo indefinito delle favole

I bambini, si sa, crescono in fretta. Tu non te ne rendi conto, perchè ti accade quotidianamente, sotto al naso; ma arriva in giorno in cui quel cosino rosa profumato di latte è diventato un ometto dalle ginocchia sbucciate, al quale sei riuscita - e la cosa ti emoziona e commuove insieme - a trasmettere l'amore sconfinato per la lettura. E ti rendi conto di questo quando lui, serio, convinto, "adulto", ti CONSIGLIA un libro. Ecco qui, allora, il primo libro letto perchè raccomandatomi caldamente da mio figlio, lo stesso libro che, qualche mese fa, avevo scelto per lui nella libreria di un centro commerciale, perchè si parlava di amicizia, di cani, di bambini. E perchè, a otto anni, dopo aver incontrato Sepulveda, volevo che conoscesse Pennac.
Dunque, siamo in Francia, una Francia che vediamo attraverso gli occhi - ma sarebbe più opportuno dire che la percepiamo attraverso il naso - di un cane. Nulla di che, un bastardino neanche particolarmente bello, scampato per miracolo alla morte per annegamento ed allevato da una randagia come lui in una discarica di Nizza. La sua è una storia comune, che fa riflettere, sorridere e commuovere; quella di un randagio, cresciuto dall'affettuosa ruvidezza di Muso Nero e finito, dopo una serie di peripezie, in una famiglia non troppo consapevole di cosa voglia dire "avere un cane". Una storia fatta di lacrime, perdite, solitudine, scoperte, rivalse, paura e piccole vendette, la storia di un bastardino a cui la vita mette continuamente i bastoni fra le ruote ma che con la tenacia di chi alla vita  è attaccato coi denti insiste, combatte, insegue il suo lieto fine.
Che, manco a dirlo, è quello di avere una famiglia "umana" che lo ami e che soprattutto abbia rispetto per il suo "essere cane".
Dal lungomare di Nizza, odoroso di salsedine e stridente di gabbiani, fino al cuore di Parigi intriso di migliaia di odori intrecciati tra loro in maniera tanto stretta che solo un naso molto sensibile ed allenato può essere in grado di dipanarli; insieme al cane percorriamo le strade del mondo osservando la vita dal basso, con l'intensità di sentimenti e la positività di un cucciolo di strada. E osserviamo, dall'esterno, le pazzesche vite di noi esseri umani, attenti al superfluo ma poco alla sostanza, distratti, rabbiosi, irrispettosi della vita diversa da quella bipede, orgogliosamente rinchiusi nella routine inquinata delle nostre città, incapaci di percepire la bellezza della vita in una corsa sulla spiaggia umida ad inseguire i gabbiani.

E' una favola, certo. Un libro destinato ai bambini, ma che consiglio di leggere anche a noi adulti, perchè Pennac - oltre ad uno stile inconfondibile, schietto, scorrevole - lascia intendere in queste pagine tutto il suo delicato amore, la sua comprensione, il suo rispetto per il Cane. E, nella Postfazione finale ( "Nè ammaestrato nè ammaestratore", che consiglio vivamente di leggere), lo dichiara senza fronzoli, col cuore in mano, raccontando delle sue esperienze di vita, dei cani che lo hanno accompagnano lungo gli anni, dell'amore che lo ha legato ad essi e di come noi esseri umani dovremmo imparare a capire ed interagire con il cane.
Una favola che si legge in un pomeriggio, e che parla dritta dritta al cuore.

UN ASSAGGIO:

 "La notte era scesa da un pezzo sulla città. Le case avevano ingoiato i loro abitanti. Le automobili si erano addormentate lungo i marciapiedi. Il Cane camminava solo soletto per le strade. Le luci gialle dei lampioni rendevano più cupa la sua ombra. E il Cane pensava 'Se l'avessi saputo, sarei rimasto dal macellaio'.
Gli uomini erano veramente imprevedibili! Con loro, niente andava come ci si aspettava. Anche gli odori si erano addormentati. Giacevano per terra, come sono soliti dormire gli odori, muovendosi appena. L'alito salato del mare vicino si stendeva su di loro come una coperta. Il Cane avanzava come in sogno, zampettando silenzioso. 'Bene' si disse ' ecco il sonno'.
Scelse la conca fiorita più comoda della piazza Garibaldi, si scavò una buchetta fra i gerani, girò sei volte su sè stesso e si acciambellò con un sospiro. 'Ma prima di addormentarmi devo prendere una decisione' Riflettè ancora qualche istante. Da un campanile suonò la mezzanotte sopra la città vecchia.'Bene' decise Il Cane, 'domani torno dal macellaio. Non è una padrona, ma Muso Nero sarebbe certamente d'accordo. E poi, chissà.... Forse è sposato.....' "

domenica 4 giugno 2017

EPICURO - Lettera sulla Felicità / SENECA - La vita felice

DOVE e QUANDO: in un viaggio virtuale attraverso due pilastri della filosofia classica

Non sono mai stata un'appassionata di filosofia, devo premetterlo. Anche al liceo classico, è sempre stata una materia che digerivo con difficoltà, nonostante fossi per il resto una allieva brillante e senza problemi. Negli anni a seguire, difficilmente mi sono accostata di nuovo a questo tipo di libri; probabilmente perchè per me la lettura è sempre stata un modo per allontanarmi, evadere, sognare e come tale sono sempre stata attratta più dalla narrativa che non dalla filosofia.
Nonostante ciò -sarà perchè il mondo classico, vuoi o non vuoi, mi è rimasto nel cuore, sarà perchè in fondo la filosofia classica è stata quella che ho trovato a suo tempo meno "ostica" - quelle poche volte che l'ho fatto, è stato leggendo Seneca.
Mi accosto, dunque, alla filosofia in punta di piedi e con il dovuto rispetto, consapevole che la mia formazione di tipo prettamente chimico-farmacologico non mi consente forse di sviscerarla a fondo, ma consapevole anche del fatto che se loro, duemila anni fa, hanno parlato, lo hanno fatto affinchè ascoltassimo anche noi. E di cose da ascoltare, ne abbiamo eccome, ancora oggi.
Ecco qui, dunque, due autori a confronto - con la preziosissima introduzione di Giuseppe Dino Baldi che prende per mano e guida chi, come me, la filosofia l'ha accantonata da vent'anni - su uno stesso tema: la felicità.
Da un lato Epicuro, filosofo greco vissuto a Samo intorno al 300 a.C.; dall'altro Lucio Anneo Seneca, vissuto a Roma nel primo secolo a.c. Il primo, fondatore della scuola epicurea, il cui pensiero è stato poi in parte "distorto" nei secoli fino a renderlo sinonimo di "amante dei piaceri" in modo quasi amorale; il secondo, padre dello stoicismo e fortemente impegnato anche in politica, impegno che lo porterà al suicidio. Entrambi hanno lasciato in eredità il loro pensiero - per quanto riguarda Epicuro, in forma di frammenti e di massime; per Seneca, in una sorta di "botta e risposta", un dialogo tra il filosofo e un immaginario "oppositore"- che risulta tutt'altro che sepolto, a distanza di duemila anni.
Epicuro ci insegna a cercare la felicità nelle cose semplici, nella natura, nell'allontanarsi dalla bramosa ricerca del piacere, nel non temere la morte, nel "liberarsi dalla prigione degli affari e della politica"; Seneca, dal canto suo, rivede e rielabora la visione di Epicuro (del quale per esempio non può condividere quest'ultima affermazione, essendo lui in primis un personaggio di spicco della politica romana), sottolineando come la felicità derivi  dall'affrancarsi dalla spasmodica ricerca dei beni materiali per porre invece l'attenzione verso la ricerca della virtù e nel godere di piaceri miti, controllati, senza eccessi.
Entrambi continuano a darci interessantissimi spunti di riflessione; ecco dunque un libro assolutamente prezioso per chi non si lasci spaventare dallo stile - inutile mentirci, questo è un testo che richiede una mente aperta, sgombra e concentrata - e voglia addentrarsi nella lettura di un messaggio vecchio di duemila anni.
Mi riservo di dedicare un post un po' più corposo sul tema nell'altro mio blog (http://cartolinedimetedinchiostro.blogspot.it/), non appena avrò un pochino più di tempo per mettermi comoda e dipanare con calma tutti i miei pensieri; per ora questa voleva essere una segnalazione un tantino "diversa" per chi voglia avventurarsi in un viaggio mentale, più che fisico, indietro di duemila anni. Scoprendo che, incredibilmente, le parole di questi due "padri" del pensiero filosofico siano ben più moderne di quanto crediamo.

UN ASSAGGIO:

"Quella considerazione che ci ha incoraggiato a ritenere che nessun male è eterno o durevole per molto tempo è la medesima che ci attesta che in queste condizioni limitate si può far soprattutto affidamento sull'amicizia" EPICURO, Massime sulla felicità, XXVIII

"Nessuno, se vede un male, lo sceglie in quanto tale, ma perchè si inganna valutando che sia un bene rispetto a un male maggiore di quello" EPICURO, Sentenze sulla felicità, 15

"Perchè allora - mi obietta- mi deridi se per te le ricchezze hanno la stessa importanza che hanno per me?" Vuoi sapere in quale misura non hanno la stessa importanza? A me, se le ricchezze dovessero svanire, non porteranno via niente altro che se stesse; tu, invece, rimarrai stordito se esse ti abbandoneranno, e ti sembrerà di essere privato di te stesso. Per me le ricchezze hanno un certo valore, per te il massimo valore; in conclusione, nel mio caso le ricchezze sono mie, nel tuo caso sei tu che appartieni alle ricchezze" SENECA, Lettera sulla felicità, XXII

"Un generale non si fida main della pace, al punto da non prepararsi alla guerra, che, se non è ancora combattuta, è stata però dichiarata; voi invece siete resi insolenti da una bella casa, come se non potesse andare in fiamme o crollare, e perdete la testa per delle ricchezze, quasi fossero al di là di ogni pericolo e tanto grandi che la fortuna non abbia sufficienti forze per distruggerle." SENECA, Lettera sulla felicità, XXVI

giovedì 1 giugno 2017

UMBERTO ECO - Il nome della rosa

DOVE: in una imponente abbazia benedettina del centro italia
QUANDO: agli inizi del 1300

 Quando anni fa ho aperto il blog, ho detto che sarebbe stata un po' una piccola raccolta di "viaggi" virtuali. Leggo per pura e semplice evasione, fin da quando ho scoperto che quelle fredde ed asettiche letterine che tanto avevo faticato ad imparare all'inizio della prima elementare, erano in realtà frammenti d'incanto in grado di dare vita ad una vera magia e trasmettere a distanza nel tempo e nello spazio sentimenti ed emozioni. Di conseguenza, più lontano un libro mi porta, più lo amo.
Stavolta, mi sono concessa un viaggio che ho sempre temuto e rimandato, soprattutto perchè, avendo già visto un paio di volte il film, temevo che sarei rimasta delusa. Siamo nell'anno del Signore 1327, in un'austera, fredda, impenetrabile abbazia benedettina arroccata nel silenzio di un Italia Centrale dilaniata all'epoca da scontri sanguinari che non risparmiano nemmeno gli ordini religiosi. Con lo spettro mminaccioso dell'Inquisizione che aleggia ovunque, con Papa Clemente V trasferitosi ad Avignone e la sede apostolica di Roma rimasta vacante, con due imperatori (Ludovico di Baviera e Federico d'Austria) a contendersi il potere e con l'ordine francescano che rischia di minare dalle radici il potere temporale del papa, rivendicando la povertà come fondamento della dottrina cattolica, correvano tempi oscuri, tra il clamore delle spade, e le silenziose minacce di eresia e scomunica.
E' in quegli anni che un giovane novizio benedettino, Adso da Melk, si trova ad accompagnare in un viaggio attraverso l'Italia il carismatico e dotto Guglielmo da Baskerville, spirito brillante ed ex inquisitore, incaricato di presiedere ad un complicato incontro tra i sostenitori del Papa e quelli dell'Imperatore (Ludovico di Baviera, risultato nel frattempo vincitore ed alleatosi con i francescani vedendo in essi e nella loro contestazione al potere temporale del papa uno spiraglio per aprire una "breccia" in quello stesso, solido potere). E, come se la questione non fosse già di per sè abbastanza delicata, nell'abbazia che li ospita iniziano a verificarsi, una dopo l'altra, una serie di morti sospette che ben presto assumono i chiari contorni di un delitto. Chi o che cosa sta operando nell'oscurità della nebbiosa abbazia, e per quale scopo? Il giovane Adso, testimone ed ingenuo osservatore, seguirà passo passo, con ammirazione il brillante intelletto di Guglielmo da Baskerville mentre dipana filo a filo la questione, il nocciolo della quale ruota intorno all'impenetrabile e sconfinata biblioteca, vanto dell'abbazia stessa.
Immergendosi nel silenzio e nel freddo delle mura omertose dell'abbazia - sembra quasi di percepire, attraverso le pagine del libro, il silenzio che domina incontrastato su quello sperone di roccia, interrotto solo dallo stridere di un rapace e dai canti dei monaci che riecheggiano sotto le volte, scandendo la progressione delle ore - si procede lentamente, a tentoni, insieme a Guglielmo ed al fido Adso, osservando, interrogando, deducendo. Bisogna prepararsi mentalmente a digerire alcune digressioni storiche tanto lunghe e dettagliate quanto necessarie, nonchè una serie di dibattiti di etica e filosofia intricati ma fondamentali per giungere alla sudata conclusione, non senza qualche colpo di scena che spezza il ritmo lento del romanzo - e della vita stessa dell'abbazia, governata da una rigida progressione di celebrazioni e di incarichi "pratici", in ossequio alla regola "ora et labora" che di quell'ordine era ed è tuttora il fulcro.
Un viaggio sconsigliato agli appassionati dei gialli in chiave "moderna" (quelli più di azione, alla Highsmith, per intenderci), ma consigliatissimo a chi voglia lasciarsi andare ad un lento viaggio in un'epoca oscura della nostra storia; doppiamente interessante se pensiamo che, probabilmente, anche quella che stiamo attraversando - ahimè - oggi verrà descritta come un'epoca "oscura".
Come a dire: ne siamo venuti fuori una volta, ne verremo fuori ancora.

UN ASSAGGIO:

"L'essere alle nostre spalle pareva un monaco, anche se la tonaca sudicia e lacera lo faceva assomigliare piuttosto a un vagabondo, e il suo volto non era dissimile da quello dei mostri che avevo appena visto sui capitelli. Non mi è mai accaduto in vita, come invece accade a molti dei miei confratelli, di essere visitato dal diavolo, ma credo che se esso dovesse apparirmi un giorno, incapace per decreto divino di celare appieno la sua natura anche quando volesse farsi simile all'uomo, esso non avrebbe altre fattezze di quelle che mi presentava in  quell'istante il nostro interlocutore. La testa rasata, ma non per penitenza, bensì per l'azione remota di qualche viscido eczema, la fronte bassa, chè se egli avesse avuto capelli sul capo essi si sarebbero confusi con le sopracciglia (che aveva dense e incolte), gli occhi erano rotondi, con le pupille piccole e mobilissime, e lo sguardo non so se innocente o maligno, o forse entrambe le cose, a tratti e in momenti diversi. Il naso non poteva dirsi tale se non perchè un osso si dipartiva dalla metà degli occhi, ma come si staccava dal volto subito ne rientrava, trasformandosi in null'altro che due oscure caverne, narici amplissime e folte di peli. La bocca, unita alle narici da una cicatrice, era ampia e sgraziata, più estesa a destra che a sinistra, e tra il labbro superiore, inesistente, e l'inferiore, prominente e carnoso, emergevano con un ritmo irregolare denti neri e aguzzi come quelli di un cane. "

martedì 11 aprile 2017

DOUGLAS ADAMS - Ristorante al termine dell'universo

DOVE: a spasso nell'universo
QUANDO: avanti e indietro nel tempo, partendo dagli anni '80 del pianeta terra.

Rieccomi qui, con Douglas Adams. Dopo la Guida Galattica, ho preso gusto al suo stile scorrevole ed alla pungente ironia, e dopo un po' ne ho sentito la mancanza. Pur non essendo - come dicevo nella prima recensione - nè un'appassionata nè un'esperta del genere, le strampalate avventure di Arthur Dent mi hanno conquistata. E, confesso, il secondo capitolo della sua bizzarra saga mi è piaciuto forse anche più del primo. Per dirne una, mi fa impazzire l'idea degli esuli del pianeta Golgafricham; non voglio rovinare la sorpresa a coloro che si avventureranno tra le pagine di questo libro: mi limito a dire che la trovo una storia nella storia a dir poco geniale nella drammaticità della sua ironia.
Ma procediamo, per quanto possibile, con un certo ordine; prepariamoci ad abbandonare letti, divani, treni sferraglianti - o qualunque sia il luogo in cui ci troviamo materialmente quando apriamo il libro - per essere catapultati nella solitudine gelida dell'universo, in una grossa e solida astronave all'interno della quale vagano nella fissa solitudine delle stelle i nostri protagonisti. Zaphod Beeblebrox, egocentrico ma poco autoritario Presidente della Galassia; Ford Prefect, autostoppista spaziale originario di Betelgeuse; Marvin, robot incline all'autocommiserazione, e i due ultimi superstiti dell'ormai scomparso pianeta terra: Trillian e Arthur Dent, appunto, il quale, rassegnatosi  ormai all'idea di dover vagabondare senza meta nel gelo del cosmo, cerca disperatamente di alleviare il vuoto che lo attanaglia cercando di procurarsi perlomeno una buona tazza di tè.
La missione di questa variegata compagnia è apparentemente complessa: trovare la persona che governa davvero l'universo.  E per farlo, inevitabilmente ci saranno salti spazio-temporali, esplosioni, viaggi interstellari, navi spaziali distrutte, il tutto condito con lo spirito, l'ironia e l'intelligenza che caratterizzano la penna dell'autore.
Di galassia in galassia, stavolta ci spingeremo fino ai confini dello spazio-tempo, in un bizzarro ristorante di lusso nel quale è possibile mangiare assistendo nel contempo alla creazione dell'universo stesso; arriveremo nella squallida e pestilenziale Ranonia per affrontare il Vortice, l'orrenda tortura cui nessun essere vivente è mai sopravvissuto, conosceremo il popolo di Golgafricham, in fuga e alla deriva da decenni, in cerca di un nuovo pianeta da colonizzare; e transiteremo su Orsa Minore Beta, dove risiede la casa editoriale Megadodo, editrice della Guida Galattica per gli autostoppisti, appunto.
So che chi non ama il genere storcerà il naso; suona tutto terribilmente "metallo, esplosioni, guazzabugli tecnologici, gravità zero", eppure nel secondo libro come nel primo c'è anche molto, molto di più... Ci sono spunti di riflessione continui sul nostro stato di piccoli esseri umani a cospetto del cosmo; c'è tanta tanta ironia, c'è la capacità di affrontare con leggerezza concetti complessi come il senso stesso della vita, e le leggi che governano l'universo.
E, sempre senza spoilerare nulla, vi invito ad intraprendere questo viaggio, pagina dopo pagina, fino ad incontrare insieme ai protagonisti l'uomo che governa davvero l'universo.
Lo adorerete :-)

UN ASSAGGIO:

"In una stanza di uno dei bracci del ristorante un uomo alto e sottile scostò una tenda, e di colpo l'oblio lo guardò in faccia.
Non era, in effetti, una gran bella faccia, forse perchè l'oblio l'aveva guardata troppe volte. Innanzitutto era troppo lunga, poi gli occhi erano troppo incavati e cerchiati, infine le guance erano eccessivamente infossate e le labba eccessivamente sottili. Senza parlare dei denti, che sembravano vetri di finestra appena lavati. Le mani che reggevano il lembo sollevato della tenda erano anch'esse lunghe e sottili, e per di più fredde. Dal modo in cui stavano posate, leggere e nervose, sulla stoffa, si sarebbe detto che se  il loro proprietario non le avesse sorvegliate come un falco avrebbero potuto sgattaiolare via per conto proprio per fare cose innominabili in qualche angolo.
L'uomo lasciò cadere di nuovo la tenda, e la luce terribile che aveva giocato per un attimo sui suoi lineamenti andò a giocare su qualche superficie meno deprimente.
Girò su e giù per la stanza come una mantide che contemplasse la vittima che avrebbe mangiato per cena, poi si sedette su una sedia zoppa accanto a un tavolo da disegno, e sfogliò un giornalino di barzellette."

giovedì 6 aprile 2017

LEWIS CARROL - Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio


DOVE e QUANDO: in un mondo immaginario, nella seconda metà dell'Ottocento

Ho sempre avuto un debole per Alice; al di là dello straordinario film Disney, ricordo di aver divorato il libro preso in prestito dalla biblioteca della classe in un giorno o poco più; libro che, ricordo, la maestra mi aveva consigliato, visto che ero all'epoca - come ora - parecchio incline ai viaggi mentali ^_^ 
E' stato quindi con grande piacere che a trenta e forse più anni di distanza l'ho ripreso in mano, in questa edizione economica attraverso la quale ho spulciato anche, per la prima volta, la strabiliante storia "dietro le quinte" del mio amatissimo romanzo (linko qui la pagina di Wikipedia, per tutti coloro che volessero dare una sbirciatina alla biografia dell'autore).
Dunque, dicevamo, Alice. Inutile anche delineare la trama, tanto è entrata ormai nell'immaginario collettivo, proposta e riproposta in tutte le salse; diciamo che si tratta, come è ovvio, di un viaggio letterario che richiede di lasciarsi andare completamente, con mente aperta, in modo da godere appieno delle miriadi di invenzioni fantasiose di cui sono zeppe le pagine del libro, ed apprezzare la bellezza del nonsense, delle filastrocche, della fantasia lasciata andare a briglia sciolta, della mentre che respira una boccata di freschezza che la disintossica dal grigiore della quotidianità.
Il Coniglio Bianco, il bizzarro tè del Cappellaio Matto con la Lepre Marzolina, il Gatto del Cheshire con il suo ghigno incantato, Humpty Dumpty, il Dodo, liquidi misteriosi che fanno crescere o rimpicciolire, lo strampalato cricket con l'irritabile Regina di Cuori e la sua corte trepidante, ed ancora la Finta Tartaruga con la sua storia senza capo nè coda, e la Regina Rossa coi suoi discorsi ingarbugliati, un triste Cavaliere che non sa andare a cavallo; una carrellata di personaggi ineguagliabile, un viaggio senza tempo, senza scopo, se non quello di distrarre, strappare un sorriso, distendere i nervi, farci evadere.
Rileggendola oggi, più che allora, devo dire che lo apprezzo, anche se forse ho perso un pochino negli anni la capacità di apprezzare tutto ciò che appare slegato dalla logica.. Veloce, leggero, scanzonato, un libretto che si legge in fretta e si gusta d'un fiato, se si ha voglia - come è successo a me - ti fare un balzo a ritroso nell'infanzia.

UN ASSAGGIO:

" "Via, piangere non serve proprio a nulla!" disse a sè stessa dopo un po', con molta energia. "Ti consiglio di piantarla immediatamente."
Di solito Alice si dava degli ottimi consigli (sebbene li seguisse piuttosto di rado) e qualche volta addirittura si rimproverava così severamente da farsi venire le lacrime agli occhi; un giorno, perfino, cercò di tirarsi gli orecchi perchè aveva imbrogliato sè stessa giocando una partita di croquet contro se stessa. Perchè questa curiosa bambina si divertiva un mondo a far finta d'essere due persone.
"Ma ora" pensava la povera Alice " non mi servirebbe a nulla fingere di essere due persone. Sono una quantità così piccola, che basta appena per una sola persona che si rispetti!"
A un tratto, i suoi occhi caddero su una scatolina di vetro che era sotto la tavola; l'aprì e ci trovò un minuscolo pasticcino sul quale era scritto con belle lettere maiuscole "MANGIAMI".
"E va bene" disse Alice. "Lo mangerò, e se fa crescere vuol dire che arriverò alla chiave; se invece mi riduce ancora più piccina, passerò sotto la porta; così in un modo o nell'altro entrerò nel giardino e succeda quel che vuol succedere!" "



lunedì 13 febbraio 2017

PATRICK SUSKIND - Il Piccione

DOVE: Parigi
QUANDO: oggi

Jonathan Noel è un impeccabile ed abitudinario cinquantenne, solitario, orgogliosamente attaccato al suo trententennale impiego come guardia giurata per la banca in rue de Sevres, nonchè puntuale affittuario in una minuscola e soffocante mansarda in rue de la Planche. Tra queste due vie, trascorre una vita la cui ritmata monotonia lo rassicura; soddisfatto di sè stesso e dei piccoli traguardi da lui raggiunti, Jonathan vive serenamente, con un occhio alla pensione ed in testa il piccolo ma soddisfacente progetto di rilevare la camera in cui vive come inquilino diventandone infine proprietario.
Un'esistenza dunque tranquilla, un uomo onesto e preciso anche se un tantino misantropo, con le salde abitudini - a filo della maniacalità - cha scandiscono i tempi di chi è abituato da decenni a vivere da solo. Un uomo che basta a sè stesso, oseremmo dire, e che quotidianamente trova soddisfazione ed appagamento nel compiere bene il suo lavoro: ritto sugli scalini di fronte alla banca, ben saldo sulle gambe, studiatamente statuario e rassicurante, salvo poi scattare puntualmente ad aprire il cancello all'approssimarsi della limousine di monsieur Roedel, il direttore della banca. Un lieve cenno di saluto, appena accennato, e poi di nuovo, ritto come una sfinge sui gradini della banca fino all'orario di chiusura.Giorno dopo giorno, anno dopo anno, con la pioggia, o il sole, o il vento che strapazza le cartacce lungo la strada, tra i tavolini del caffè di fronte. Potrebbe mai qualcosa perturbare la solida calma della sua esistenza? Ahimè, potrebbe eccome.
Ed accade all'improvviso, quando una mattina, nel tranquillo rituale dei suoi preparativi, Jonathan si imbatte in un piccione.
Entrato chissà come - forse attraverso una finestra lasciata aperta - il piccione dall'aspetto malandato è proprio lì, di fronte alla sua porta, immobile, e lo fissa con un occhio quieto e rotondo, da piccione.
E qualcosa, nella solida affidabile esistenza di Jonathan, a quel punto si incrina. 
Un viaggio assolutamente sui generis, questo. Perchè sì, siamo a Parigi, nella tranquilla esistenza di una guardia giurata che a piedi si muove dalla sua minuscola mansarda in rue de la Planche ai gradini della banca in rue de Sevres; ma il viaggio - quello vero - attraverso cui ci guida Suskind, è quello all'interno della mente di un uomo. Un uomo qualunque, con il suo lavoro e le sue certezze, che improvvisamente, inaspettatamente, si ritrova imbrigliato da qualcosa - fobia, attacco di panico, o le due cose insieme - che finisce per sgretolare la tranquillità della sua routine, scaraventandolo in un vortice di pensieri che, come una valanga, trascinano con sè tutto ciò che toccano, ingigantendo sempre più la morsa che lo imprigiona. Un uomo che perde gradualmente sicurezza, fiducia in sè stesso e inevitabilmente attira su di sè piccoli contrattempi che alimentano a loro volta la spirale di insicurezza.
Il lavoro, la prospettiva di una pensione dignitosa, l'impeccabile professionalità con cui per oltre vent'anni si era sempre presentato puntuale, perfino la postura statuaria con la quale abitualmente affrontava il suo lavoro, tutto spezzato in mille frantumi. Il solido, affidabile Jonathan, scoprendosi prigioniero della sua paura, va in pezzi per lo sguardo di un piccione.
Che ne sarà, adesso, di Jonathan? Riuscirà a riprendere il timone della sua esistenza, riprendendo il controllo dei pensieri e superando il momento di crisi? O si lascerà sprofondare, andando alla deriva proprio quando era ad un passo dalla realizzazione dei suoi - seppur modesti - desideri?
Una storia particolare, introspettiva, che getta un fascio di luce sui momenti oscuri della nostra anima, quando cadiamo preda del panico, e vediamo sfuggirci via tra le dita tutto ciò che abbiamo costruito.


UN ASSAGGIO:

"Era sceso sul gradino più basso della scala di marmo, la risalì e cercò di riassumere la sua posizione. Si accorse subito che non ci riusciva. Le spalle non volevano più star dritte, le braccia gli penzolavano lungo la cucitura dei pantaloni. Sapeva che in quel momento dava un miserabile spettacolo di sè, e non poteva farci nulla. con muta disperazione fissò il marciapiede, la strada, il caffè dirimpetto. Il tremolio dell'aria era scomparso. Le cose erano di nuovo al loro posto, le linee erano dritte, il mondo si stagliava chiaro di fronte ai suoi occhi. Sentiva il fragore del traffico, il cigolio delle porte degli autobus, le grida dei camerieri dal caffè, il ticchettio dei tacchi delle donne. Nè la sua facoltà visiva nè il suo udito erano lesi. Ma il sudore gli scorreva a fiotti dalla fronte. Si sentiva debole. Si girò, salì sul secondo gradino, salì sul terso gradino e si nascose nell'ombra contro la colonna accanto alla porta esterna. Incrociò le mani dietro la schiena in modo da toccare la colonna. Poi si lasciò scivolare lentamente all'indietro, contro le proprie mani e contro la colonna e vi si appoggiò, per la prima volta nei suoi trent'anni di servizio."

mercoledì 1 febbraio 2017

KATHERINE PANCOL - Gli occhi gialli dei coccodrilli

DOVE: Courbevoie, perferia di Parigi
QUANDO: oggi

Massiccio ma scorrevole, "Gli occhi gialli dei coccodrilli" è stata una piacevole scoperta. Premetto e ammetto che, con il progredire dell'età, storco sempre un po' il naso quando, nel terminare un libro, tutto è andato per il verso giusto, scorrendo verso un prevedibile lieto fine nel quale i pezzi combaciano tutti alla perfezione.
 Ed ammetto anche che, dalla prima all'ultima pagina, ho provato una profonda antipatia per quasi tutti i personaggi del libro, in primis per la goffa protagonista Josephine, mamma imbranata e fresca di separazione alle prese con i conti di fine mese da far quadrare e due figlie per versi differenti impegnative da far crescere.
Eppure, nel complesso, è stato un viaggio brioso e gradevole in un piccolo scorcio della Parigi odierna, tra la periferia caotica ed il centro patinato, nella vita di due sorelle agli antipodi.
Josephine, appunto, per vocazione brutto anatroccolo: insicura, timida, impacciata, apparentemente priva di midolllo spinale, incline al piagnisteo, eppure brillante ricercatrice universitaria specializzata nella storia medievale. Un marito disoccupato trasferitosi poi in Africa in cerca di fortuna come allevatore di coccodrilli assieme alla sua giovane amante Mylene. Due figlie, Zoè ed Hortense; la prima piccola ed immatura, la seconda ambiziosa e furba.
E, dall'altra parte, sua sorella Iris, ex sceneggiatrice divenuta poi casalinga extralusso dopo l'invidiatissimo matrimonio con Philippe Dupin, uomo d'affari e padre di suo figlio Alexandre; una casa in un quartiere esclusivo, una fida cameriera personale, lunghi pomeriggi di shopping griffatissimo, pranzi rigorosamente light in ristoranti stellati assieme alla pseudo-amica Berengere.
Tra le due sorelle, Henriette Grobz, la loro filiforme ed austera madre, rigidissima, anaffettiva, con una spiccata predilezione per la bella Iris e per la sua vita lussuosa, frutto di una fortunata ed oculatissima scelta del partner.
Da qui, l'avvio di un intreccio complesso, in cui le due sorelle si legano in un silenzioso accordo nato dal capriccio di Iris, che decide di ammazzare la monotonia del lusso in cui ozia inventandosi una carriera di scrittrice. Ma da dove iniziare, se di scrivere non ha nè il tempo nè la voglia? Semplice: convincendo la sua malleabile sorella Jo, bisognosa di denaro come non mai, a farle da ghost writer, dividendo poi i compensi e lasciando naturalmente ad Iris, bellissima ed esibizionista, onere ed onore delle luci della ribalta.
Un romanzo dallo stile avvolgente e morbido, in cui si parla di mutamenti e di reazione agli eventi, di chi reagisce e chi si lascia andare, di amore vero e di sottomissione, il tutto sullo sfondo suggestivo di una Parigi distaccata, affascinante, spumeggiante di lusso e di vita.
Un intreccio di amori, amanti, piccoli-grandi segreti, amicizia e solitudine, piacevole come una corsa in taxi attraverso le bellezze della Ville Lumiere.
Tutto sommato gradevole, malgrado -come ho scritto - tutto finisca per filare fin troppo liscio, in conclusione. Ma forse sono io che in questa fase della mia vita (che mi stia trasformando in Malefica, la strega della Bella Addormentata? ^_^ ) ho un po' di rifiuto per i lieto fine....

UN ASSAGGIO:

"Josephine riagganciò e procedette incerta fino al balcone. Aveva preso l'abitudine di rifugiarsi lì. Dal balcone, contemplava le stelle. Interpretava un luccichio o il passaggio di una stella cadente come un segno che qualcuno la ascoltava, che il cielo vegliava su di lei. Quella sera, si inginocchiò sul cemento, congiunse le mani e, alzando gli occhi al cielo, recitò una preghiera: "stelle, per favore, fate che io non sia più sola, che non sia più povera, fate che io non sia più assillata dalla sorte. Sono stanca, così stanca... Stelle, da sola non si combina niente di buono, e io sono così sola. Datemi la pace e la forza interiore, datemi l'uomo che aspetto in segreto. Alto o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, giovane o vecchio: non ha importanza per me. Datemi un uomo che mi amerà, e io lo amerò. Se è triste, lo farò ridere; se è insicuro, lo rassicurerò; se si batte, sarò al suo fianco. Non vi chiedo l'impossibile. vi chiedo semplicemente un uomo, perchè vedete, stelle, l'amore è la più grande ricchezza che c'è...."

venerdì 27 gennaio 2017

Il SENSO della MEMORIA


 
Ho sempre preferito affrontare in silenzio la Giornata della Memoria. Trovo che il rischio di cadere nella banalità sia elevatissimo, pertanto ho sempre lasciato il mio blog muto, in questa giornata.
Ad eccezione di qualche anno fa, quando scelsi di condividere in tale occasione il brano di un libro delicatissimo (qui recensito) in cui si parla di dolore, di rinascita, di speranza.

Ora, io onestamente non sono una ferratissima in "etichetta blogghesca", e non so se riproporre un brano già condiviso in precedenza possa far accapponare la pelle alle blogger più tradizionaliste.
Ma trovo che siano delle parole talmente azzeccate, talmente intense, talmente intrise di struggente dolore, che io me ne infischio delle consuetudini della blogosfera, e le ripropongo oggi.

Giusto per contestualizzarle, siamo in Ruanda, dopo la fine della guerra, in visita al Memoriale eretto in ricordo del genocidio di Kigali (250 mila vittime, per chi volesse ho inserito il link al sito del Memoriale stesso).
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, temo. La memoria degli uomini, ahimè, è labile.


.... "Hanno bisogno di vedere i corpi per ricordare?" Domandò Angel "Non se lo ricordano ogni volta che si girano per parlare con i loro cari e scoprono che non ci sono più?"
"Sono sicuro che sia così, signora. Ma i nostri figli che sono troppo giovani per ricordare avranno bisogno di quel posto per non dimenticare, e i figli dei nostri figli che verranno dopo. E molti turisti da altri paesi ci sono già stati per vedere quello che è successo. Molti Wazungu hanno firmato il registro dei visitatori."
<...> "E tu, Binaisa?" Domandò Pius "cosa sei riuscito a scrivere?"
"Non ci crederai, Tungaraza, ma ho scritto solo due parole, le stesse he molti Wazungu avevano già scritto. Mi sento in imbarazzo a dire quali sono."
" 'Mai più'?" suggerì Gasana "Le ho viste scritte più e più volte sul registro"
"E' la stessa cosa che si disse quando vennero chiusi i campi di concentramento in Europa." commentò Angel "Ti ricordi, Pius? 'Mai più' era scritto ovunque in quel museo dove andammo in Germania."
"E se allora quelle parole avessero significato qualcosa, non sarebbero più esistiti posti come quello dove siamo appena stati, oggi, con registri dove la gente può continuare a scrivere 'mai più'" Osservò Pius.
"Hai ragione, Tungaraza, e le parole che ho scritto oggi hanno poco valore, lo stesso che avevano tanti anni fa. Di sicuro in futuro ci saranno altri massacri nel mondo, dopo i quali qualcuno scriverà su un registro 'mai più' - e di nuovo quelle parole non significheranno niente. <...>"


GAILE PARKIN, "Africa Social Club" 

                                                          (immagine presa dal Web)
                                 

mercoledì 18 gennaio 2017

VIRGINIA MACGREGOR - Quello che gli altri non vedono

DOVE: Slipton, UK
QUANDO: oggi

Storiella leggera ed un tantino naive, forse un po' troppo al punto da sfociare direttamente nel mondo fiabesco, lì dove non si vedrebbe nulla di strano nell'amicizia tra un bambino costretto a crescere in fretta sobbarcandosi la cura della bisnonna ed un giovane clochard. Ma tutto sommato, in un'epoca cupa di terrore e diffidenza verso carnagioni dal sapore mediorientale, abbiamo bisogno anche di questo, di una zuccherosa favola per adulti nella quale i buoni e i cattivi hanno confini netti e ben definiti. Che poi, a ben guardare, in questa favoletta per adulti sono proprio gli adulti a far confusione. Come Sandy, giovane estetista di Slipton nonchè madre separata lasciatasi andare allo sconforto per i conti di fine mese che non quadrano ed incapace di prendere in mano le redini della sua vita. O Andy, il suo ex marito, fuggito dal soffocante tran tran e dalle responsabilità quotidiane per trasferirsi all'estero con una giovane e graziosa Amichetta.
Ma per fortuna, a far chiarezza e lucidità in questo mondo di adulti caotici, di padri immaturi e madri depresse, ecco spuntare lui, Milo, nove anni, serio, disciplinato, responsabile, ma soprattutto affetto da un disturbo agli occhi che gli sta - gradualmente- strappando via la vista, restringendo sempre più il suo campo visivo e costringendolo ad osservare il mondo attraverso un piccolo forellino.
Milo, che raccoglie i pezzi della mamma quando crolla, che si prende cura di un maialino domestico, che dopo la scuola amorevolmente accudisce la bisnonna Lou, chiusa nel suo mutismo decennale e bisognosa di attenzioni come una bambina.
Milo è attento, sensibile, sveglio. E quando la mamma, sopraffatta dalle spese, decide di affidare nonna Lou alle asettiche cure della prestigiosa Casa di Cura Nontiscordardimè per disporre di una camera libera da affittare, il ragazzino fiuta subito che qualcosa, lì dentro, non va.
Attraverso il suo forellino, osserva il sorriso di plastica dell'infermiera Thornill, i pavimenti lucidi, le pareti scintillanti; ma soprattutto, osserva nonna Lou e le altre ospiti della casa, sempre intontite, sempre addormentate, come "spente".
Abituato a porre attenzione ad ogni minimo dettaglio, il piccolo Milo avverte subito che qualcosa lì dentro non funziona; ma di nuovo, intorno a sè, non trova che adulti immaturi, ciechi, facilmente ingannati dalle apparenze. Ma lui, armato dello sconfinato amore che nutre per la nonna, e trovando finalmente appoggio nel timido Tripi, profugo siriano divenuto cuoco della Nontiscordardimè, non demorde, e caparbiamente insiste nella sua indagine in cerca della verità.
Una storiella semplice, come ho scritto a tratti fin troppo "ingenua" (non voglio spoilerare troppo, chi dovesse averla letta mi dirà se ha  meno avuto la stessa impressione), ma scorrevole e gradevole anche laddove è un tantino prevedibile.
E uno sguardo dolcemente compassionevole sulla disabilità, sul modo in cui i bambini la vivono, spinti dalla loro innata, straordinaria forza di vivere.

UN ASSAGGIO:

"In Siria, nessuno mette mai gli anziani nelle case di riposo. Vivono con le loro famiglie, si siedono e raccontano storie e mangiano baklava e bevono caffè nero, fortissimo in bicchieri di vetro.
Tripi avrebbe voluto dire alla signora che neanche lui avrebbe  mai mangiato quelle patate, bianche come la sabbia della Siria, e nemmeno il pezzo di manzo filaccioso affogato in quella pozza di sughetto marrone. Avrebbe voluto dirle che un giorno le avrebbe preparato un banchetto come quelli che facevano per i ricconi del Four Seasons di Damasco.
Il terzo giorno di lavoro di Tripi stava volgendo al termine e l'infermiera Thornhill era stata troppo indaffarata per chiedegli di riempire le caselle vuote sul modulo azzurro, il che gli dava un altro po' di tempo per cercarsi una casa.
Mentre attraversava il parco, Tripi si nascose dietro al cespuglio di alloro e aspettò che il guardiano chiudesse i cancelli. Poi stese il sacco a pelo e disse le sue preghiere, in ritardo sul tramonto del sole. Quando inspirava, i polmoni gli facevano male; il freddo gli era già entrato dentro. Di notte, mentre dormiva, sentiva che tra le costole gli si formavano lastre di ghiaccio.
A Damasco poteva accadere che la temperatura scendesse molto al di sotto dei 10 gradi. E quando arrivava il freddo, a volte arrivava anche la neve. In primavera, quando pioveva, cadevano gocce grosse e cristalline che andavano a gonfiare i fiumi e a far girare le ruote di legno e le pale dei mulini, così da far scorrere acqua pulita per tutta Damasco. Qui la pioggia era sottile, sporca e fredda."

giovedì 12 gennaio 2017

BANANA YOSHIMOTO - A proposito di lei

DOVE: Giappone
QUANDO: oggi

Anno iniziato male, malissimo, per me. Otite, placche, punture di antibiotico con annessi e connessi (nausea, capogiri, spossatezza), il tutto con un figlio, due gatti e un cane da accudire.
Tutto sommato, però, la malattia mi ha consentito di riprendere in mano le fila del blog, questa mia povera creatura che ho abbandonato per un paio di mesi, inghiottita dal vortice del lavoro. Dunque, eccomi qui, nella mia piccola oasi di pace, per condividere le mie ultime letture. Cominciando da lei, la mia amatissima Banana Yoshimoto, già recensita in diverse occasioni. Lei è una compagna di viaggio di cui non mi stanco mai. Anche se, lo ammetto, con questo libro ho faticato un po' a ingranare. Di solito divoro in poche ore le sue creazioni, tuffandomi senza esitazione nel suo mondo sempre soffuso di malinconica poesia, riemergendone con un gran senso di calma interiore.
Come mai- mi chiedevo invece, pagina dopo pagina, mentre affrontavo "A proposito di lei" - questa volta Banana non riesce a catturarmi? Come mai tutta questa lentezza, come mai non c'è il tuo inconfondibile "timbro" di sognante poesia?
Ma eccola, l'inconfondibile penna di Banana. Eccola lì, nelle ultime pagine, quando davanti ai miei occhi delinea il colpo di scena finale, e tutto si fa improvvisamente chiaro.
Ho faticato, lo ammetto, ma alla fine non mi ha deluso. Pur non essendo in assoluto la mia opera preferita (continuo ad amare alla follia Moshi Moshi, e Kitchen sopra ogni cosa), anche qui ho ritrovato - per certi versi più che mai - la sua tenera poeticità nell'affrontare il dolore, la sua maliconia sognante, la sua capacità di lasciarti, attraverso una storia drammatica, un germe caldo di pace interiore.
Siamo nella vita di Yumiko, giovane donna proveniente da una ricca famiglia il cui passato è stato però lacerato da un orrendo, terribile delitto compiuto da sua madre. Anzi, più che lacerato, mutilato in piena regola; perchè traumatizzata dall'orrore a cui ha assistito, Yumiko conserva del passato poco più che qualche brandello sopravvissuto alle voraci amnesie di cui soffre, e che pezzo a pezzo glielo hanno divorato. Ad aiutarla a mettere ordine nei suoi ricordi, ecco riapparire da quel passato oscuro suo cugino Shoichi, figlio della gemella di sua madre, col quale un tempo erano legati da una strettissima amicizia; obbedendo all'ultimo desiderio di sua madre morente, il giovane Shoichi si è messo sulle tracce della cugina per tenderle finalmente la mano che a suo tempo non aveva avuto.
Insieme, dolorosamente, i due cominciano a ricostruire - tassello dopo tassello - la storia delle due gemelle; intensamente legate da piccole, entrambe apprendiste streghe così come lo era stata a suo tempo la loro mamma, cresciute poi su binari che hanno finito per divergere, conducendo da un lato la mamma di Yumiko alle seduzioni oscure della magia nera e dall'altro la madre di Shoichi ad impegnare tutte le sue energie per trovare un saldo equilibrio interiore.
Passo dopo passo, accompagnata dal solido Shoichi, la piccola, traballante Yumiko recupera la sua memoria, riacquistando fiducia in sè stessa e guardando finalmente in faccia la realtà delle cose. Dolorosamente, scopre chi erano veramente sua madre e sua zia, ricostruendo con fatica e con sguardo compassionevole il lento declino che le ha divise, conducendo sua madre al folle omicidio che aveva stravolto la vita dell'intera famiglia.

Una storia per molti versi oscura, inquieta, angosciante e dolorosa, ma d'altro canto soffusa di tenue speranza e poetico, velato ottimismo.

Non è un libro che consiglio a chi, per la prima volta, si accosta a lei; nè tantomeno lo consiglierei a chi avesse già letto, per citarne uno, kitchen, ed avesse trovato i suoi ritmi troppo "lenti" e poco occidentali.
Ma sarei curiosa di avere il parere di altri amanti di questa scrittrice. per capire se solo io ho faticato così tanto ad ingranare in questa storia, pur trovandomi a chiudere il libro dopo aver letto l'ultima pagina in preda ad una grande emozione.

UN ASSAGGIO:

"Sul tavolo, l'unico oggetto rimasto era un candelabro. Ricordai che la mamma vi accendeva spesso delle candele. Provai a toccarlo dolcemente. Era il punto che le mani morbide e bianche della mamma toccavano sempre. Mamma, pensai, e improvvisamente provai il desiderio di incontrarla.
Avrei voluto ritrovarla, sentire la sua voce, vederla camminare. Avrei voluto incontrarla. Da quel giorno non l'avevo più vista. Prima che perdesse la ragione, c'era stato un tempo in cui mi abbracciava con dolcezza, e sorrideva guardandomi.
Piangendo mi strinsi forte la mano da sola.
Shoichi mi aveva messo una mano sulla schiena e continuava a darmi dei leggeri colpetti. Come avrebbe fatto una madre. Probabilmente era quello che la zia faceva a lui, pensai. Se le persone possono restituire agli altri solo quello che hanno ricevuto dai propri genitori, allora io? Potevo considerarmi a posto?
Paragonata alla complessità di quello che avevo dentro, quella stanza, che ormai era solo una sala da pranzo in rovina, mi appariva quasi insignificante. Non era che una stanza buia, opprimente, dimenticata da tutto e tutti."