sabato 2 settembre 2017

PAOLO MAURENSIG - La variante di Luneburg

DOVE: Austria
QUANDO: Tra gli anni '30 e gli anni '90

Come in Canone Inverso, di nuovo Maurensig ci conduce a Vienna, stavolta nella vita di un ricco imprenditore e grande appassionato di scacchi, il quale però, al culmine della propria vita apparentemente senza spine e senza macchia, viene ritrovato morto in circostanze misteriose.
Anzi, più che misteriose, visto che il cadavere viene rinvenuto al centro del labrinto della sua maestosa casa di campagna e che, come unico possibile indizio collegato alla sua morte non c'è che una strana, sudicia e sdrucita scacchiera di stoffa sulla quale dei bottoni altrettanto sudici e malridotti, sono disposti come a voler richiamare una partita interrotta.
Archiviata la morte come suicidio, e tanti saluti. La vita di tutti ricomincia a scorrere come prima, con o senza il ricchissimo e abitudinario Frisch.
Eppure le cose sono ben lontane dall'essere semplici come appaiono in apparenza. Cosa potrebbe spingere, infatti, un ricco e soddisfatto uomo di successo al suicidio? E che legame esiste tra la sua morte e gli scacchi?
Di nuovo, come in Canone Inverso, le storie si aprono una dentro l'altra, come matrioske, consentendoci di ricostruire mano a mano la vita scintillante di Frisch, che però a ben guardare tanto scintillante non è e nasconde - inevitabilmente, verrebbe da dire col senno di poi - qualche scheletro nell'armadio.
Tutto inizia con un viaggio in treno, quello che ogni fine settimana conduce Frisch dal suo ufficio di Monaco fino alla  sua tenuta settecentesca poco distante da Vienna, circondata da un vasto parco attorniato a sua volta da una riserva di caccia di parecchi ettari. Insomma, un piccolo paradiso di quiete in cui l'uomo d'affari ama ritemprarsi nei fine settimana, verrebbe da dire. Come ogni venerdì, lungo il tragitto lo accompagna il signor Baum, direttore della sua filiale di Monaco oltre che grande appassionato di scacchi con il quale, ogni venerdì sul rapido per Vienna delle diciannove e venti, il nostro solido ed abitudinario signor Frisch amava intrattenersi con una lunga e stimolante partita. Ma in quel particolare fine settimana - quello precedente al misterioso suicidio dell'imprenditore - la loro partita viene interrotta da un giovane bizzarro, anch'egli evidentemente esperto di scacchi, il quale poi, rimasto solo con Frisch, comincia a raccontargli la propria lunga, noiosa e strana storia. Che però, ad un certo punto, s'intreccia con la storia di un uomo altrettanto bizzarro ed altrettanto brillante negli scacchi. Frisch ascolta, tra l'infastidito e il rassegnato, il lungo racconto del ragazzo, e man mano nella sua mente si apre uno squarcio verso un passato che credeva di aver sepolto.
E, mossa dopo mossa, uno scacco dopo l'altro, un avversario che credeva di aver dimenticato riemerge proprio da quel passato oscuro, per compiere una silenziosa ed altrettanto oscura vendetta.
Un  romanzo non semplice, un tantino contorto specialmente nei punti in cui si addentra nella descrizione dettagliata degli incontri di scacchi; eppure nonostante questo un romanzo appassionante, che nella sua brevità incastra una dentro l'altra tre storie tra loro apparentemente disgiunte eppure indissolubilmente legate dall'amore dei tre protagonisti per gli scacchi. Un amore forse incomprensibile per chi - come me - ha sempre faticato ad entrare nello spirito del gioco, e si limita a muovere più o meno casualmente i pezzi sulla scacchiera, cercando di addivenire ad una qualche conclusione, ma che per loro è essenza stessa della vita.
E per due di loro, che in passato sono stati loro malgrado pedine di colori diversi in una lunga e sanguinosa partita di scacchi compiuta dalla Storia, su quella scacchiera è rimasta in sospeso una vecchia partita nella quale la posta in gioco era alta, altissima....

UN ASSAGGIO:

"Immerso com'era nelle sue riflessioni, non si era neppure accorto che un viaggiatore era entrato nello scompartimento e stava prendendo posto accanto a loro. Capitava così di rado che qualcuno decidesse, nonostante le tendine tirate, di occupare proprio il loro scompartimento, che Frisch alzò il capo dalla scacchiera e rivolse all'intruso un'occhiata carica di fastidio. Frisch aveva un modo di guardare indiretto, che gli derivava da un passato trascorso nell'esercito: non fissava mai negli occhi una persona, ma il suo sguardo si accentrava con una sorta di disapprovazione su un punto della gola, come se osservasse una macchia sul colletto, o una mostrina scucita.
Sentendosi osservato, il giovane disse qualcosa a mezzavoce, mormorò un saluto e si sedette. L'intruso poteva avere poco più di vent'anni. Aveva i capelli biondicci che gli arrivavano fin sulle spalle, era mal rasato e si stringeva addosso un impermeabile, bianco ma non più candido, chiuso fino al collo. Un tipo di abbigliamento che Frisch naturalmente detestava."



venerdì 25 agosto 2017

PATRICK MC GRATH- Spider


DOVE: Londra, Inghilterra
QUANDO: tra gli anni '30 e la fine degli anni '50

Già anni fa, quando lessi "Grottesco", mi innamorai dello stile di McGrath e della sua capacità di trasmetterti l'inquietudine cupa della mente umana, lasciandoti quasi senza fiato, con una sensazione di claustrofobia e disorientamento, quasi, una volta richiusa l'ultima pagina.
Mi ero ripromessa di leggere altri titoli di questo autore ma poi, per un motivo o per un altro, mi sono sempre ritrovata fra le mani altro; fino a quest'anno, quando finalmente incontro di nuovo la penna affilata di McGrath e la sua capacità spietata di frugare tra le pieghe più oscure dell'anima umana.
Devo ammettere che, ahimè, avendo già visto il film tratto da questo romanzo - un film di David Chroneberg altrettanto cupo ed angosciante - in parte ho perso il gusto del colpo di scena finale; nonostante questo, Spider è riuscito comunque ad attanagliarmi la gola ed opprimermi il petto d'angoscia.
Siamo a Londra, intorno alla fine degli anni '30, in una stradina di un quartiere popolare - casette cadenti con il bagno ricavato all'esterno, piccoli giardini recintati ed un pub in cui riversare, la sera, lo stress di una dura e poco gratificante giornata di lavoro. Dennis Claig, o "Spider", come lo ha soprannominato la mamma, è un ragazzino inquieto, solitario, magro ed allampanato, con pochi amici. Un ragazzino divenuto uomo che cerca, nei meandri della sua memoria disordinata i pezzi di un puzzle complesso, per ricostruire e capire una storia cupa ed angosciosa rimastagli annodata dentro per venti lunghi anni. Da quando, così gli sembra di ricordare, il padre Horace - idraulico severo ed incline all'alcol - ha ucciso la sua amata mamma rimpiazzandola con Hilda, volgare e vistosa ex prostituta, la quale si insinua con prepotenza nella vita di Spider, cercando di prendere il posto della madre defunta ed il controllo sulla vita sua e di suo padre.
Isolato, disperato, aggrappato al ricordo della mamma, Spider cresce soffocato dal dolore e dall'angoscia, divenendo un adulto disturbato attraverso i cui occhi, a distanza di venti anni, ricostruiamo pezzo a pezzo quello che è veramente accaduto.
Perchè le cose, manco a dirlo, sono diverse da quelle che Dennis ricorda. E pagina dopo pagina, appunto dopo appunto, è lui stesso inconsapevolmente a fare luce su quanto accaduto.
Soffocante, allucinato, paranoico. Un romanzo che oscilla continuamente tra l'incubo e la realtà, sullo sfondo della periferia di Londra, con le strade lucide di pioggia, i piccoli pub affollati, le casupole popolari, gli enormi gasometri che svettano al di là del canale, sulle cui rive lo Spider giovane e quello adulto si siedono in cerca di chiarezza, contemplando l'acqua melmosa.
Lontanissimo dalla Londra luminosa, dal Big Ben, dagli autobus rossi a due piani e i grossi taxi cab neri e lucenti che scivolano sotto il traffico, qui è cresciuto Dennis; in una periferia fangosa, con piccoli orti urbani nei quali gli operai sfiancati da una settimana di lavoro cercano di recuperare il fiato distendendo i nervi, una periferia di vicoli solitari e silenziosi, di lampioni che lanciano una stanca luce giallognola nella nebbia, di donne pazienti che attendono sedute in cucina i passi stanchi dei mariti di rientro dal pub, annebbiati dall'alcol e schiantati dalla vita.
E mentre lui, lentamente, srotola davanti a noi vividi frammenti della sua vita di bambino, in un continuo oscillare di passato e presente, flashback e realtà, scendiamo fino nei meandri più oscuri della mente umana, lì dove si annidano i traumi, i ricordi sgradevoli che non possiamo e non vogliamo che risalgano in superficie.
Fino a che, come le onde del mare, la memoria di Dennis non vomita frammenti inquieti di passato, ad uno ad uno. Lasciandoti, infine, senza fiato.

UN ASSAGGIO:

"Ma almeno non sono lontano dal canale. Ho trovato una panchina vicino all'acqua, in un punto riparato che posso definire 'personale', dove mi piace passare il pomeriggio senza che nessuno mi disturbi. Da questa panchina, ho una chiara visuale dei gasometri, e la vista mi ricorda sempre mio padre: non so perchè, forse per il fatto che era un idraulico e una figura familiare in questo quartiere quando pedalava sulla bicicletta con la borsa di stoffa degli attrezzi buttata su una spalla come una faretra piena di frecce. Le strade erano strette a quel tempo, fiancheggiate da scure, squallide catapecchie accostate l'una all'altra, con dietro dei cortiletti minuscoli- tubazioni esterne e fili per stendere tesi fra muro e  muro, e i cortili davano su vicoli in cui magri gatti randagi rovistavano nei bidoni della spazzatura. Londra sembra così grande e vuota, adesso, e questa è un'altra cosa che trovo strana: mi aspettavo il contrario, perchè le scene della propria infanzia tendono ad apparire enormi e immense nella memoria, come sono state vissute a quel tempo."


domenica 20 agosto 2017

ORHAN PAMUK - La stranezza che ho nella testa

DOVE: Istanbul, Turchia
QUANDO: tra la fine degli anni 50 e gli anni duemila

Un viaggio impagabile, suggestivo, unico, quello che offre Orhan Pamuk (tra l'altro, premio nobel 2006 per la letteratura) in poco meno di seicento pagine scorrevoli e fluenti: quello attraverso la Istanbul dell'ultimo secolo, a partire dagli anni '50 fin quasi ai nostri giorni, anni di profondo fermento politico e sociale durante i quali la città si trasforma e ribolle sotto la spinta dei suoi abitanti, fino a diventare la metropoli a cavallo tra oriente ed occidente che conosciamo oggi.
E tutto questo, noi lo viviamo sulla pelle di uno dei suoi cittadini più umili, Mevlut, trasferitosi da ragazzo in città assieme al padre, venditore di yogurt e boza, in cerca di fortuna e rimasto impigliato in una vita modesta un po' per un suo testardo, nostalgico attaccamento alle tradizioni, un po' per la sua indole pacata, accomodante, poco ambiziosa.
E mentre suo zio e i suoi cugini, anch'essi venuti ad Istanbul in cerca di ricchezza, riescono tutto sommato, anno dopo anno, ad ampliare la loro baracca, i loro guadagni, la loro famiglia, il romantico Mevlut rifiuta di abbandonare il suo mestiere e continua per la sua strada - letteralmente.
Perchè, anno dopo anno, lui continua a percorrere le vie cittadine con il pesante giogo appoggiato sulle spalle, richiamando col suo grido "bozaaaa" i clienti. Che però, anno dopo anno, man mano che il progresso porta ad Istanbul i frigoriferi e lo yogurt e la boza di produzione industriale, diminuiscono fino a ridursi a sporadici nostalgici perlopiù ubriachi che, di tanto in tanto, spinti dalla curiosità, vengono attratti dal piccolo, anacronistico ambulante.
Intorno a lui la città muta e si trasforma velocemente, i locali aprono e chiudono, le leggi cambiano, lui ed i suoi amici d'infanzia crescono; ma Mevlut, silenzioso, testardamente fedele a sè stesso, incurante degli scontri politici, delle lotte interne alla città, dei cambiamenti internazionali, continua a percorrere ogni sera le strade che conosce a menadito, lanciando il suo richiamo d'altri tempi.
Perchè lui, Mevlut, è un ragazzo - e poi, negli anni, un uomo - semplice, d'altri tempi, felice con poco.
Pienamente soddisfatto, e questo la dice lunga sul suo carattere, del matrimonio con Rayiha, rapita con la complicità di suo cugino Suleyman. Peccato che, si accorge Mevlut quando ormai è troppo tardi,  la ragazza rapita non era quella di cui, tre anni prima, si era innamorato incrociando per caso il suo sguardo ad un matrimonio, ma la sorella maggiore di quest'ultima. Una terribile confusione, uno scambio di nomi, un fraintendimento con il solerte cugino; insomma Mevlut rapisce e sposa la ragazza sbagliata. Eppure, dicevamo, è pienamente soddisfatto del matrimonio con Rayiha, della loro vita coniugale, delle loro splendide figlie.
Mevlut è così: romantico, semplice, poco ambizioso. Uno così , verrebbe da pensare, una metropoli in fermento come Istanbul lo tritura, lo mastica sputandone via solo le ossa; e invece no, Mevlut resiste, insiste, vive la sua vita semplice osservando con occhi ingenui e puri i cambiamenti che avvengono attorno a lui.
Una storia semplice, raccontata a più voci - perchè non è solo Mevlut a parlare, ma i diversi personaggi, ciascuno per propria bocca, hanno tutti voce in capitolo - intrisa di una sottile e polverosa malinconia. Una storia piena di profumi e suoni di un tempo lontano, di un mondo esotico che vediamo sotto ai nostri occhi diventarlo sempre meno, sempre più contaminato da un Occidente che sembra , sguaiato e prepotente non lasciare scampo alle delicate tradizioni di un tempo ed alle silenziose notti d'oriente rotte solo dalla voce del bozaci.
Tante voci, tanta umanità, che finiscono per costringerti ad affezionarti alla vecchia Istanbul ed a provare anche tu, lettore, in fondo al cuore un moto di malinconia quando inesorabilmente i paesaggi familiari mutano sotto la spinta prepotente del progresso. Ed a renderti conto che, qui come in Turchia, tra gli anni 60 ed oggi il progresso ci ha dato tanto, chiedendoci forse in cambio di pagare un prezzo altissimo: la perdita del candore, dell'innocenza, del gusto genuino per le cose semplici. In una parola, di tutto ciò che incarna la piccola anima di carta di Mevlut.

PS: per chi, come me, ignorando cosa sia la boza, volesse conoscere meglio questa bevanda, rimando a questo link.

UN ASSAGGIO:

"Nel punto più alto di Kultepe, dove andavano Mevlut e suo padre, c'erano i resti dell'inceneritore dei rifiuti, e le ceneri che davano il nome a quel posto. Da lì si vedevano le altre colline, che si stavano riempiendo velocemente di baracche (Duttepe, Kustepe, Esentepe, Gultepe, Harmantepe, Seyrantepe, Oktepe ecc.), il cimitero più grande della città (Zincirlikuyu), parecchie aziende grandi e piccole, autorimesse, officine, depositi, fabbriche di medicinali e lampadine e, in lontananza, l'ombra spettrale della città, con i suoi alti edifici e minareti. La città stessa e i quartieri dove con suo padr vendeva yogurt al mattino e boza la sera, e dove andava a scuola, erano come tante chiazze misteriose.
Ancora più lontano c'erano le colline azzurre della parte asiatica della città. Il Bosforo era fra queste colline, e purtroppo non era visibile. Eppure ogni volta che Mevlut saliva in cima, sin dal suo arrivo in città, per un istante credeva di intravedere il mare fra quelle montagne azzurre. Sulle colline che scendevano verso il mare c'erano enormi tralicci, conduttori di una delle principali linee che portavano l'elettricità a Istanbul. A contatto con i cavi, il vento produceva suoni bizzarri, e nei giorni in cui c'era umidità i fili emettevano uno strano ronzio. "

lunedì 7 agosto 2017

MURAKAMI HARUKI - L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

DOVE: Giappone, tra Nagoya e Tokio
QUANDO: tra gli anni '90 e gli anni 2000

Tra la fredda, caotica, disumana Tokio ed il piccolo calore e la semplicità provinciale di Nagoya si srotola la vita di Tazaki Tsukuru, ingegnere progettista di stazioni, "incolore" per sua stessa ammissione, insicuro, solitario, piattamente insoddisfatto. Un lavoro che corrisponde a quanto aveva sempre sognato, una casa di proprietà, una relazione tutto sommato stabile con una ragazza brillante e piena di fascino. Eppure lui, Tazaki, conduce la sua vita in un asettico torpore, incapace di entusiasmarsi, affezionarsi, emozionarsi. Un tempo, ricorda, la sua vita era diversa. A Nagoya, in provincia, al sicuro in un compatto gruppo di amici ( oltre a lui, altri due ragazzi e due ragazze), Tazaki era felice, pieno di impegni, fiducioso verso il futuro; ma ahimè l'adolescenza, rosea o cupa che sia, ad un certo punto termina e la vita, si sa, costringe a fare delle scelte. E mentre i suoi quattro amici storici scelgono di restare in provincia, lui si trasferisce a Tokio per studiare, inseguendo il sogno d'infanzia di realizzare stazioni ferroviarie; ma nemmeno questo sembra scalfire la solidità della loro amicizia ed i cinque ogni anno all'inizio dell'estate, quando anche Tazaki rientra a casa dei genitori per le vacanze, si ritrovano come se non si fossero lasciati mai, condividendo emozioni, speranze, paure.
Finchè di punto in bianco, durante l'estate del secondo anno di università, tutto cambia; rientrato come ogni anno a Nagoya Tazaki non trova i suoi amici ad attenderlo, ma quattro porte sbarrate. Senza una spiegazione, nessuno dei quattro ha più alcuna voglia di vederlo nè sentirlo, anzi, lo sollecitano a non farsi più sentire, uscendo dalle loro vite. Senza un motivo apparente, Tazaki si ritrova solo, in preda a mille domande. Perchè? Cosa aveva fatto? In che modo poteva aver ferito i suoi amici senza accorgersene? Per sei mesi, il giovane Tazaki sprofonda in una crisi nera, durante la quale vive apaticamente sperando soltanto di morire; infine riemerge dall'abisso in cui era sprofondato anche grazie ad una nuova amicizia, rimanendo però in qualche modo segnato. Il nuovo Tazaki è in un certo senso apatico, privo di entusiasmo, pessimista, rassegnato. Quel dolore sordo continua a logorarlo profondamente, per quanto lui tenti di ignorarlo. Solitario al limite della misantropia, Tazaki torna sempre meno al paese natale, trovando nella caotica e distaccata città di Tokio un ambiente più idoneo al suo desiderio di solitudine.
Accantonate l'adolescenza e la giovinezza, l'incolore Tsukuru è diventato un uomo solitario e disilluso.
Ed è soltanto per l'insistenza di Sara, l'unica in qualche modo a riuscire a fare breccia nella sua corazza, che Tazaki si deciderà infine a riprendere in mano le redini della sua vita, scavando finalmente alle radici del suo malessere e decidendo di affrontare uno ad uno gli altri quattro, ed a fare luce là dove per anni hanno regnato le tenebre.
Una storia delicata sul dolore della  crescita, sulle lacerazioni che restano dentro e continuano a far mare a distanza di anni, sul coraggio di affrontare i propri mostri, guardando in faccia noi stessi. Sul coraggio di chi, toccato il fondo, si dà una bella spinta e comincia a risalire.
Sulla necessità di aprire gli occhi, anche quando tenerli chiusi sembrerebbe la scelta migliore.
Diventare adulti, tutto sommato, non è che questo: affrontare ciò che ci ha ferito, impedendo che accada di nuovo. Accettare i cambiamenti, nel bene e nel male. Incassare i colpi.
Un romanzo che per certi versi di discosta un po' dal Murakami più tradizionale; pur aleggiando sempre un certo velo di sovrannaturalità, qui tutto è molto concreto, reale, come reali sono ahimè le ferite che ci vengono inferte dagli altri esseri umani, nella vita di tutti i giorni.
Tanta riflessione, tanta instrospezione. Tanta crescita spirituale. Tanta vicinanza con episodi della mia vita, quei piccoli "traumi"adolescenziali che non riusciamo a metabolizzare perchè dai 18 anni in poi è come rotolare giù da un piano inclinato, e come niente riapri gli occhi e di anni ne hai 38, combatti con le zampe di gallina ed i capelli bianchi. ^_^
Un libro consigliato anche a chi trova "ostico" il Murakami troppo onirico.


UN ASSAGGIO:

"Dal suo ritorno a Tokio, per sei mesi Tsukuru visse sulla soglia della morte. Si era organizzato un piccolo spazio sul bordo di una buia voragine senza fondo, e lì conduceva la sua solitaria esistenza. Un posto pericolosissimo: sarebbe bastato che dormendo cambiasse posizione per rotolare giù, nel nulla. Ma era un rischio che a lui non faceva paura. Cadere sarebbe stato tanto più semplice!
Attorno a sè vedeva solo una landa deserta cosparsa di rocce. Non una goccia d'acqua, non un filo d'erba. Non un colore, non un raggio di luce. Non c'era il sole, lì, nè la luna, nè le stelle, nè nord, nè sud. Una penombra dalla natura sconosciuta si alternava periodicamente ad un'oscurità sconfinata. Era l'estrema frontiera che un essere dotato di coscienza poteva percorrere. Al tempo spesso, però, era un luogo ricco di nutrimento. Durante la penombra, degli uccelli con il becco affilato venivano a scavare nella sua carne, ma quando le tenebre calavano sulla terra e gli uccelli se ne andavano, qualcos'altro colmava in silenzio il vuoto che si era aperto nel suo corpo."

lunedì 31 luglio 2017

LIEBSTER AWARD ^_^

Dunque, da dove si comincia, in questi casi? Ricordo che millenni fa, quando aprii questo mio piccolo spazio virtuale, qualcosa del genere era accaduto, e in qualche modo ne ero venuta fuori..... ^_^
Purtroppo, come credo di aver già scritto, sono piuttosto carente nell'etichetta blogghesca, perciò mi scuso a priori se in questo post dovessi commettere qualche "scivolone" che possa infastidire blogger più esperte di me... Abbiate pietà, semplicemente, di una mamma lavoratrice separata che vive il blog come uno spazietto da coltivare a tempo perso, per respirare un pochino ed evadere dalla quotidianità, senza alcuna smania o aspirazione di arrivare ad un numero innumerevole di followers..

Ma cerchiamo di rimboccarci le maniche, e procedere con ordine.

Due, ben DUE blogger hanno voluto menzionarmi tra i blog meritevoli di un piccolo riconoscimento virtuale: il LIEBSTER AWARD.Il senso del premio è molto semplice: conferire un piccolo riconoscimento ai piccoli blog, quelli con meno di 200 followers, per intenderci, per aiutarli ad avere un po' più di "risonanza" e a farli conoscere di più. Se sono qui a parlare di questo è grazie a due gentilissime "visitatrici" ( Martina del blog "Mami tra i libri" e Eva di "La libreria di Eva"), le quali ritrovandosi ogni tanto a curiosare nel mio blog hanno pensato che potesse meritarsi questo premietto; cosa che, manco a dirlo, mi fa un piacere immenso. Detto ciò, si passa al succo del Liebster Award, che è sì un premio virtuale, ma che richiede anche che il premiato, oltre ai ringraziamenti di rito, si metta in gioco, rispondendo a ben 11 domande. Per non far torto a nessuno, andiamo in ordine alfabetico e iniziamo con le 11 domande di Eva...Ringrazio di cuore entrambe, ed invito chi volesse a fare una capatina nei loro blog ( sopra trovate i link), soprattutto se siete alla ricerca di blog originali, scritti col cuore.Dunque, giochiamo ^_^

1) Qual è il romanzo che racconta una storia che vorresti vivere? Tenendo ben presente però che alla fine ritornerai alla tua vita di oggi...

Se mi garantisci che alla fine ritorno alla vita di oggi, incolume, senza rischio di rimanere intrappolata lì in mezzo ad orchi e incantesimi, la sparo grossa: Il Signore degli Anelli, di Tolkien. Perchè pur avendolo letto quando ero già grandicella l'ho adorato, e perchè se devo sognare, voglio sognare in grande, e andarmene a spasso per la Terra di Mezzo. ^_^


2) Se potessi trasformarti in un personaggio letterario maschile, quale sceglieresti e perché? 

Domanda complessa, questa.. Qualcosa a cui non avevo mai pensato onestamente. E non so perchè, ma d'impulso mi è venuto in mente Edmond Dantes de Il Conte di Montecristo; e confesso, cara Eva, che la cosa mi ha anche parecchio inquietato.. Perchè proprio lui? L'uomo che trascina e cova per anni il suo rancore e finalmente si gode la sua lenta vendetta? Forse perchè nel mio animo cova un certo sadomasochismo? O forse semplicemente perchè, al di là di questo aspetto, è un personaggio che mi ha sempre fortemente affascinato, per il suo saper resistere alle avversità della vita, per la sua tenacia, per la capacità di mantenersi saldo e lucido - benchè accecato dalla rabbia - senza lasciarsi abbattere dalle avversità. D'istinto mi è venuto in mente lui, percio che Edmond Dantes sia.... ^_^

3) Qual è l'ultimo libro che hai letto al di fuori della tua "comfort zone" letteraria?

Intendi libri che non siano di narrativa? Diciamo che leggo molto per evasione, percui il grosso è quello, ma come farmacista sono anche appassionata di fitoterapia percui intervallo la letteratura con dei testi che trattino di quello.
Se invece intendi letteratura di tematiche diverse rispette a quelle che leggo di solito, non saprei.. sono una che spazia parecchio. Dal romanzo storico (Il nome della Rosa) alla fantascienza (Guida Galattica per gli autostoppisti), negli ultimi mesi ho avuto una "comfort zone" dai confini molto ampi... Non saprei cosa risponderti, in quel caso..

4) Parlaci di un "viaggio letterario" che hai amato molto... cioè un posto che ti è piaciuto dove senti quasi di essere stata, pur avendone solo letto.

Ah, qui sai bene che tocchi un tasto fondamentale, per me.. ^_^ .. Il mio blog è TUTTO incentrato sui viaggi letterari.. il mio primissimo post (credo fosse il 2011) spiegava perfettamente quanto per me i libri siano un mezzo per viaggiare, non potendo per ora farlo concretamente. Se dovessi scegliere un posto - e uno soltanto - sarebbe sicuramente il Giappone. Tra Murakami Haruki e Banana Yoshimoto, sono una grande amante dei libri ad ambientazione nipponica. ^_^


5) Al contrario, qual è un luogo (o un tempo) terribile dove ringrazi di essere stata solo tramite le pagine di un libro?

Altra questione interessantissima.. Domanda non banale, alla quale rischio di dare una risposta banale.. Ma risponderei: negli anni e nei luoghi oscuri della nostra storia umana. La guerra. La caccia alle streghe nel Medioevo. Gli orrori e le brutalità del razzismo nel Sud degli Stati Uniti.
(Solo per citare, ad esempio, "Per chi suona la Campana" di Hemingway, "La Chimera" di Sebastiano Vassalli e "In fondo alla palude" di Joe R. Landsdale). I libri, d'altronde, hanno questo grandissimo pregio. Consentirci di toccare con mano il lato più oscuro del mondo, affinchè noi possiamo imparare dai nostri errori. Se poi impariamo o meno, solo i posteri potranno giudicarlo...

6) Un tuo autore o autrice (vivente) "feticcio"? Cioè, di cui compri a scatola chiusa ogni suo nuovo titolo?

Qui rispondo di getto: Banana Yoshimoto (sempre lei!) e Alessandro Baricco. Due, perchè per me sceglierne uno solo sarebbe imbossibile. Compro a scatola chiusa, e difficilmente resto delusa, nonostante siano due autori che non tutti amano incondizionatamente come me. Ma evidentemente, toccano corde che ho dentro come nessun altro scrittore

7) Rileggi mai libri? Sia in caso di risposta affermativa, sia negativa... perché?

Mi capita, sì. A volte lo faccio perchè mi scatta una sorta di "voglia improvvisa", un po' come capita in gravidanza. Per esempio, il "Piccione" di Suskind di cui ho parlato solo qualche settimana fa era già stato letto ed apprezzato una quindicina di anni fa, se non di più. E mai più  mi era venuto in mente, fino a quest'anno, quando la mia testa ha deciso che era ora di ripescarlo dallo scaffale.
Altre volte - meno poeticamente- mi capita quando ho avuto qualche spesuccia imprevista e preferisco tagliare quelle non necessarie, ahimè, limitandomi a ripescare dalla mia libreria anzichè fare razzia in un negozio.
Ma devo dire che, in entrambi i casi, rileggere è illuminante. Come ho scritto poco fa nella risposta ad un commento, leggere un libro a distanza di tempo è come guardarci allo specchio e rendersi conto, nelle diverse emozioni che il libro sa dare a distanza di anni, di quanto davvero siamo cambiati.

8) Perché hai aperto un blog letterario?

Terapia, risponderei. Ero disoccupata, mamma da poco, il matrimonio iniziava gia a scricchiolare - anche se da lì alla separazione sono passati un paio d'anni. Dubitavo di me stessa. Ero insicura, terrorizzata dal mondo, poco convinta delle mie capacità. Mentre mio figlio era all'asilo, inviavo CV cercando di rimettere insieme i cocci, e nei momenti liberi ho pensato di crearmi uno spazio virtuale in cui dare vita all'unico aspetto rimasto "solido" nella mia vita: l'amore per la lettura, e la capacità che avevano i libri di "ossigenarmi". Da lì è nato tutto. Non mi è mai interessato più di tanto il numero di followers, mi era sufficiente leggere pochi commenti ma scritti con il cuore e con la testa, non il "brava! bravissima!" frettoloso che mi era capitato di leggere nel mio precedente blog ( perchè inizialmente mi ero buttata in un blog di cucina, che mi sono affrettata a cancellare quando ho visto che non mi dava nulla).

9) Quando acquisti un libro, qual è l'aspetto che ti influenza di più? La copertina, la trama, l'edizione, il prezzo...

Non saprei dirti, non seguo un ragionamento razionale. L'autore, sicuramente. E poi la trama, o più che quella, l'ambientazione. Per dirti, tra un libro ambientato in una città italiana contemporanea ed uno che mi porta - per esempio - in Iran al tempo della rivoluzione, scelgo quest'ultimo, indubbiamente.

10) Il libro che stai leggendo in questo momento: perché proprio quello? Com'è arrivato a te?

E' arrivato a me come arrivano quasi tutti, frugando fra gli scaffali in biblioteca e leggendo il retro delle copertine. Orhan Pamuk, "La Stranezza che ho nella testa". Una scoperta.

11) Elenca cinque libri che leggerai quest'estate in vacanza.

Ahi ahi ahi... vacanze è una parola grossa, ho avuto una settimana di mare a giugno e stop, durante la quale mi ha fatto compagnia la Serrano con il suo "Albergo delle Donne Tristi", al quale ho già dedicato un post. Nel comodino, in panchina c'erano poi Murakami con "L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di Pellegrinaggio" (già letto, in attesa di essere postato), Orhan Pamuk citato poco fa ed attualmente in lettura ed altri due titoli in attesa: "L'isola del giorno prima" di Umberto Eco e "La variante di Luneburg" di Maurensig, al quale proprio tu, cara Eva, dedicasti se non erro un post, tempo fa....


Queste, dunque, le domande di Eva; andiamo adesso con le undici domande proposte da Martina:

1. In quale città nel mondo ti piacerebbe vivere e perché?

Non ho preferenze, sinceramente. Non sono neanche particolarmente attratta dalle "città" in senso stretto, sarà perchè ho vissuto a Roma per parecchio tempo e tuttora sono a pochissimi chilometri.. Ora come ora se dovessi immaginarmi una vita diversa sarebbe lontana dalla città. Quanto lontana? Su una piccola isola greca, per esempio. O nel cuore degli USA, in mezzo alla natura selvaggia. O nella brughiera alla "Cime Tempestose", una cosa così. Un tantino asociale, mi rendo conto!! ^_^

2. C'è una storia che ti piacerebbe leggere ma non è ancora stata scritta?

Per hobby, oltre che leggere, mi piace tantissimo scrivere, anche se negli anni questa passione è stata accantonata, ahimè. Ma fino a qualche anno fa, le storie che non erano state ancora scritte e avrei voluto leggere sognavo di scriverle io. Con una ci sono riuscita, e grazie al concorso della casa editrice Butterfly Edizioni è stata anche pubblicata; la maggior parte di esse, invece, sono rimaste delle bozze addormentate in fondo ad un cassetto.

3. Il tuo classico preferito?

Se dovessi sceglierne uno, ma solo uno, direi Jane Eyre. Anche se, subito a seguire, piazzerei tutti i libri della mia amatissima Jane Austen.

4. Una canzone che sembra essere stata scritta apposta per te?

Pur amando moltissimo la musica - la radio a casa mia è perennemente accesa - non mi sono mai particolarmente identificata con una canzone che fosse "la mia"; direi piuttosto che, in certe fasi della vita, come è normale che sia, sento più vicina una canzone rispetto alle altre. Ora come ora, nessuna in particolare, sinceramente.

5. Leggi solo in italiano o anche in lingua straniera? Quale?

Ora come ora no, solo in italiano; in passato, quando ero una studentessa universitaria con tanti buoni propositi e molto più tempo libero, leggevo anche in inglese, per mantenerlo "vivo"; ricordo che lessi per esempio The bonesetter daughter di Amy Tan in lingua originale, accostandomi per la prima volta a questa autrice che poi ho letto anche in italiano.

6. Qual è il tuo dolce preferito?

Ne ho diversi, essendo anche una che si diverte parecchio - e si rilassa - a pasticciare in cucina; molti dei momenti liberi con mio figlio li abbiamo trascorsi davanti al forno acceso.
Ma forse, fra tutti, il classico ciambellone che mi ha insegnato mia nonna resta il dolce del mio cuore. La casa si riempie del profumo di lei, e torno bambina.
A parte i dolci che preparo io, ho poi un debole per il cioccolato bianco, da sempre. Potrei divorare dieci tavolette in dieci minuti ^_^

7. Ti piace la poesia? Se sì, chi è il tuo poeta preferito?

Dunque, la poesia... Diciamo nì, non sono una grande conoscitrice della poesia in sè e degli autori, ma mi è capitato di leggere singole poesie che mi hanno davvero emozionato (della Szymborska, ad esempio). Se dovessi citarti un poeta, per questioni d'infanzia però ti citerei Pascoli... L'ho sempre amato particolarmente, complice una nonna con radici romagnole che da piccola mi raccontava la sua storia e leggeva le sue poesie, percui nella mia testa i ricordi dei racconti di mia nonna bambina si fondono con le atmosfere delle poesie di pascoli, in un tutt'uno che, inevitabilmente, ancora oggi mi emoziona quando leggo - per esempio - "X agosto".

8. Se dovessi svegliarti e trovarti a essere per un giorno nei panni di un qualsiasi autore a tua scelta, chi saresti e perché?

Jane Austen, indubbiamente. Per vivere quell'epoca che ho imparato a conoscere ed amare attraverso i suoi romanzi, e per vedere il mondo con gli occhi di lei, conoscerla, sentire le cose come le sentiva lei.

9. Un colore che ami e un colore che odi.

Altra domanda che mi mette in crisi... i colori sono colori, di per sè non mi trasmettono nè odio nè altro. Nell'arredamento, per esempio, mi piace molto il bianco abbinato al lavanda. Se devo vestirmi, però, per esempio scelgo il verde.

10. Cosa sognavi di diventare da bambina?

Un mucchio di cose:la scrittrice, la veterinaria, la farmacista (aspirazione poi realizzata!), la guardia forestale.

11. Qual è un film che ti ricorda la tua infanzia?

Sono nata nel 1979. L'infanzia, per me, è E.T., e La Storia Infinita. Semplice! ^_^


Ecco fatto! Ringrazio ancora di cuore entrambe (passerò poi di persona anche sui vostri blog), e mi scuso per essermi dilungata un pochino, forse, ma devo dire che questa cosa di sviscerare un po' di noi stessi rispondendo alle domande degli altri mi ha preso! ^_^

Adesso, ultimo step: devo scegliere a mia volta 11 blog sotto i 200 followers e proporre altrettante domande.... E qui mi trovo in crisi, perchè non ho tanto tempo quanto vorrei per seguire con attenzione i tanti, tantissimi blog letterari che ho intravisto.. E dubito che l'etichetta blogghesca consenta di menzionare a loro volta le due che mi hanno tirato in ballo ^_^...

Perciò, propongo:


Gresi di Sogni D'Inchiostro 
Lisa di Le Parole Dipinte
Jasmine di Stoffe D'Inchiostro (anche se il suo blog si sta prendendo una pausa e dubito che potrà partecipare, ma ci tengo comunque a menzionarlo perchè è un blog originalissimo in cui fonde le sue due passioni, cucito e lettura)

MariaT di Capitolo Zero
Julia di Tanto Non Importa

E rinnovo i ringraziamenti, rigirando a loro il premio - meritatissimo - a:

Eva di La libreria di Eva 
Mami di Mami tra i libri

Non le ho inserite nell'elenco sopra semplicemente perchè sono state loro a nominare me e temevo di finire in un loop infinito ^_^.. ma anche i loro sono due piccoli blog che seguo con immenso piacere ^_^.

Mi dispiace di non avere 11 blog sotto i 200 followers da menzionare, ma sono stata parecchio presa da altre cose, ultimamente, ed il tempo per poter stare online è stato veramente pochissimo... Prometto che rimedierò leggendo gli altri post del Liebster Awards, in modo da conoscere altri piccoli blog in attesa di essere conosciuti ^_^

Infine, le mie 11 domande:

1. Nella tua "vita reale", gli altri sanno che tieni questo blog? O la blogosfera è una specie di universo parallelo, una sorta di seconda identità come quella dei supereroi?
2. C'è qualcosa che proprio non sopporti (senza fare nomi, ovviamente) negli altri lit-blog?
3. Che rapporto hai (o hai avuto) con la lettura a scuola? La amavi? La odiavi? Ci sono libri che hai poi riscoperto a distanza di anni, e che hai amato nonostante ai tempi della scuola li considerassi indigesti?
4. Come descriveresti la bellezza della lettura a chi non legge?
5. Classici o contemporanei? Cosa leggi di più e perchè?
6. In quale o in quali momenti della giornata leggi?
7. Secondo te può esistere davvero il libro che "ti cambia la vita"?
8. Quali sono stati i libri della tua infanzia?
9. Uno o più libri che ti hanno strappato una lacrima
10. Qual è - se ne esiste uno - il genere letterario che proprio non riesci a digerire?
11. Tra i personaggi femminili della letteratura, qual è il tuo preferito?

Grazie di cuore a quelle che vorranno partecipare, diffondendo a loro volta il premio ai blog che reputeranno meritevoli!

martedì 4 luglio 2017

BANANA YOSHIMOTO - Un viaggio chiamato Vita


DOVE e QUANDO: in giro tra Giappone ed Europa, nel corso degli anni.

 Dunque, da dove inizio nel commentare questo libro? Mi butto a capofitto sull'onda delle emozioni che mi ha suscitato? O inizio in punta di piedi, cercando di parlarne prima in maniera obiettiva?
Bene, rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di andare con ordine. Punto primo: Banana Yoshimoto è uno di quegli autori che o si ama alla follia, o proprio non si digerisce. Non so perchè accada questo, ma gironzolando un po' nella blogosfera letteraria mi rendo conto che - un po' come accade con Baricco - non ci sono vie di mezzo nei post che parlano di lei.Qualcuno l'adora alla follia, qualcuno non riesce proprio a sopportarla.
Io - lo dico subito, ma chi ha sbirciato qua e là nel blog credo lo abbia capito - faccio parte del primo gruppo, di quelli che per lei hanno avuto fin da subito un colpo di fulmine e che, a distanza quasi di vent'anni dal primo incontro col suo stile delicato e poetico, continuano ad amarla.
Ecco, forse la chiave di lettura per "Un viaggio chiamato Vita" è proprio lì. Se non amate lei, il suo stile, i suoi libri, i suoi personaggi, state lontani da questo. Tantopiù che non è neanche un romanzo in senso stretto, ma una raccolta di frammenti sparsi di alcune "istantanee" della sua vita, impressioni, sensazioni, moti dell'animo che potrebbero anche sembrare senza capo nè coda.

Io, manco a dirlo, l'ho amato alla pazzia, e forse anche di più. Non sono neanche andata in giro a leggere altre recensioni per questo titolo, per non restare magari delusa scoprendo che sono la sola ad averlo apprezzato così, ma per me è uno di quei libri da tenere fissi sul comodino, a portata di mano, e da aprire a caso nei momenti cupi, per cercare una boccata di ossigeno.
Si tratta, dunque, di frammenti di vita, impressioni, diapositive fermate dalla sua penna mentre, negli anni, il suo lavoro da scrittrice la portava in giro per il mondo. Tokio, l'Italia, le Piramidi di Giza; luoghi ed istanti "fissati" dal suo occhio di autrice per salvarli dall'oblio, preservandone il ricordo, un po' come una fotografia. Ma, più che in fotografia, lei riesce a fissare nel tempo non solo le immagini, ma le emozioni che l'hanno accompagnata. Che si tratti di appunti di scrittrice in attesa di essere trasferiti nei suoi romanzi e poi sapientemente sfruttati dalla casa editrice per partorire un nuovo titolo - coi relativi incassi - poco importa; io, in queste righe, ho trovato l'essenza di lei, dei suoi personaggi, della sua visione poetica del mondo.
La sua capacità di emozionarsi per una piccola, rachitica piantina di rosmarino nel suo appartamento giapponese, in grado di evocare nella sua mente le fiere, possenti piante di rosmarino che ha visto ergersi contro il vento in Sicilia.
Essere in grado di percepire e fissare su carta il calore umano di un piccolo hotel di Kochi, al tramonto.
I frammenti sparsi della sua maternità, la meraviglia nel veder crescere suo figlio, quel misto di orgoglio e struggente nostalgia nel vederlo rendersi giorno dopo giorno indipendente (sensazione che conosco fin troppo bene, come madre).
La frenesia disumana di Tokio. La magia di una lontana nevicata, quand'era bambina. L'amore tra cani ed esseri umani, ed il vuoto catramoso nel quale ci lasciano, quando se ne vanno.
Decine e decine di appunti, fissati con delicatezza nero su bianco, intrisi di poesia. Piccole lezioni di magia del quotidiano, di empatia nei confronti del mondo, della struggente bellezza dei ricordi.

Sarà che anche io sono una grafomane; da piccola appuntavo puntualmente sul mio diario i momenti che desideravo fermare, confidando nel fatto che, rileggendoli, mi avrebbero riavvolto nel morbido piacere che dà la rievocazione dei ricordi; e tutt'ora nel cassetto del mio comodino, sotto alla Canon ed ai libri in attesa di essere letti, c'è una moleskine alla quale ahimè non riesco mai a dedicare il tempo che vorrei, e che continua a rimanere bianca, ad eccezione di una piccola manciata di fogli, testimoniando la quantità di momenti che ho lasciato scorrere senza essere stata in grado di fissarli.
Sarà anche che - come accade alla Yoshimoto in queste pagine - sono una che vive in balia delle emozioni, a cui bastano piccoli dettagli, piccoli quanto il profumo di una fogliolina di rosmarino, per evocare un mondo di sensazioni.
Sarà un insieme di tutte queste cose, ma questo libro io l'ho amato alla follia. E sono certa che tornerò a leggerlo e a rileggerlo, in futuro. Consapevole, certo, del fatto che il mio potrebbe essere un folle parere isolato, e che là fuori il mondo dei lit-blog sia pieno di prepotenti, sicure stroncature.
Chissà, mi chiedo, se qualcuno di voi che passano ogni tanto di qua lo hanno letto, e hanno voglia di condividere con me le loro impressioni?

UN ASSAGGIO:

"Nelle sere d'inverno, quando l'aria all'improvviso prende il profumo delle foglie secche bruciate, e le le finestre delle case cominciano ad illuminarsi e a fluttuare, quadrate, nella semioscurità azzurrina, in quel momento mi sembra sempre che tutti siano a metà di una strada, di ritorno verso qualcosa. Certo, ognuno di noi è sempre di ritorno verso qualche luogo, indipendentemente dalle stagioni, ma in inverno in particolare mi sembra che sia così."




giovedì 29 giugno 2017

MARCELA SERRANO - L'albergo delle donne tristi


DOVE: isola di Chiloè, al largo delle coste Cilene
QUANDO: anni' 90

Chiloè, piccola isola battuta dal vento, al largo delle coste cilene. Il luogo perfetto in cui donne ferite, amareggiate, deluse dall'amore e dalla vita possano trovare tre mesi di quiete e riparo per lenire le ferite dei loro cuori tristi. Ed è proprio qui che Elena - brillante psicologa, anch'essa donna "ferita" in primis - decide di dare vita ad un alloggio, una specie di casa-famiglia in cui queste anime in tempesta possano trovare la serenità dell'animo e ricostruire le loro vite più o meno a brandelli. Le "donne tristi" che trovano rifugio presso il silenzio dell'albergo sono madri, mogli, donne in carriera, casalinghe, più o meno giovani, tutte accomunate dall' avere un cuore in pezzi e il desiderio struggente di riprendere le redini delle proprie vite. Al di là di tutto, al di là di quello che la società esige, al di là delle convenzioni, al di là delle aspettative altrui, queste donne imparano di nuovo a rimettere sè stesse al centro dei loro pensieri, per essere in grado di spiccare di nuovo il volo ed affrontare la vita. Perchè le donne, si sa, hanno riserve di forza inimmaginabili, sempre. Solo che a volte le troppe lacrime, le troppe delusioni, la troppa sensibilità finiscono per fiaccarle. Come Floreana, secondogenita di tre femmine in una famiglia che di figli in totale ne conta cinque, la quale dopo un matrimonio naufragato ed un grave lutto in famiglia si sente vacillare, e sceglie di isolarsi nell'inverno di Chiloè per ritrovare sè stessa con l'aiuto di Elena e delle altre ospiti del suo albergo. Angelina, bellissima e insicura vittima di un matrimonio "sbagliato"; Costanza, brillante economista; Tona, attrice di mezza età oltre che donna d'impeto deciso ed apparentemente inaffondabile. Tutte con le proprie cicatrici, tutte con le proprie insicurezze, tutte in cerca di una ritrovata fiducia nel futuro.
A far da cornice alla loro lenta guarigione spirituale, il mare invernale di Chiloè, il vento impetuoso, la prorompente natura selvaggia di una piccola isola al largo delle coste del Sudamerica, battuta dalle onde tempestose, intrisa dei profumi della terra umida e dell'aria salmastra, con il suo ritmo di vita lento, ben lontano dalla frenetica corsa in tondo delle grandi metropoli.

Per certi versi, un libro che mi ha richiamato alla memoria quello della Pancol letto pochi mesi fa; anche qui una protagonista insicura, poco consapevole del suo essere donna, ripiegata sul suo lavoro di ricercatrice universitaria. Ed anche qui, un lieto fine che personalmente mi fa storcere un po' il naso - come ho scritto nella recensione al libro della Pancol, al momento i lieto fine in stile favola poco mi piacciono, ma il problema è mio e della vita che mi sta rendendo terribilmente cinica, al punto che forse dovrei ritirarmi anche io nel silenzio selvaggio di Chiloè, a riflettere su me stessa.
Nonostante questo mio punto di vista del tutto discutibile e personale, un libro delicato, lento eppure coinvolgente, intriso della forza dirompente della natura tanto che sembra quasi di sentir scrosciare la pioggia irruenta e percepire nelle narici l'armonia profumata della terra bagnata.

Un libro pieno di sensualità, di musica, di tenera e incauta speranza, di cucina speziata, di lentezza.
La storia di una lenta rinascita, perfetta da leggere in riva al mare, col sottofondo delle onde e null'altro. Lo stesso sottofondo che accompagna le fredde notti stellate di Chiloè e la lenta, quieta cicatrizzazione dei cuori feriti.

PS: ci sono libri fortemente musicali, e questo è uno di quelli. Raccomando pertanto, per entrare nello spirito, un sottofondo musicale per la mia recensione....



UN ASSAGGIO:

"Il cimitero del paese, con le sue tombe rivolte verso il mare, indifferente al frangersi sonoro delle onde, si trova a metà strada fra il paese e l'Albergo. Un paesaggio maestoso per umili, definitive dimore. A Floreana è sempre piaciuto avventurarsi nei cimiteri dei posti che visita, convinta che vi si trovino le chiavi per capire i vivi. Si dirige così a questo suo primo appuntamento deviando dalla strada per l'albergo. Per Floreana, da quando abita lì, il pomeriggio comincia tra le quattro e mezza e le cinque. Sono le quattro, c'è ancora tempo.
Alcune lapidi sono adagiate a terra, altre si ergono senza protervia. Non c'è ombra di marmo, ci sono solo lapidi di pietra o di legno grezzo. Avvolgendosi stretta nella sua mantella di lana, Floreana passeggia tra quei nomi sconosciuti con le loro date remote o recenti e i fiori appassiti. I piccoli cimiteri di paese hanno un fascino speciale, pensa, e sceglie un piccolo dosso di sabbia circondato da erba alta per sedersi ad ammirare il mare. Da quel luogo ideale, fissa il profilo del sole.
Avanti, è il momento della predica. Ora che ci pensa, non è passato neanche un mese da quella sera, in quel bar."





mercoledì 28 giugno 2017

DANIEL PENNAC - Abbaiare stanca
















DOVE: tra Parigi e Nizza
QUANDO: nel tempo indefinito delle favole

I bambini, si sa, crescono in fretta. Tu non te ne rendi conto, perchè ti accade quotidianamente, sotto al naso; ma arriva in giorno in cui quel cosino rosa profumato di latte è diventato un ometto dalle ginocchia sbucciate, al quale sei riuscita - e la cosa ti emoziona e commuove insieme - a trasmettere l'amore sconfinato per la lettura. E ti rendi conto di questo quando lui, serio, convinto, "adulto", ti CONSIGLIA un libro. Ecco qui, allora, il primo libro letto perchè raccomandatomi caldamente da mio figlio, lo stesso libro che, qualche mese fa, avevo scelto per lui nella libreria di un centro commerciale, perchè si parlava di amicizia, di cani, di bambini. E perchè, a otto anni, dopo aver incontrato Sepulveda, volevo che conoscesse Pennac.
Dunque, siamo in Francia, una Francia che vediamo attraverso gli occhi - ma sarebbe più opportuno dire che la percepiamo attraverso il naso - di un cane. Nulla di che, un bastardino neanche particolarmente bello, scampato per miracolo alla morte per annegamento ed allevato da una randagia come lui in una discarica di Nizza. La sua è una storia comune, che fa riflettere, sorridere e commuovere; quella di un randagio, cresciuto dall'affettuosa ruvidezza di Muso Nero e finito, dopo una serie di peripezie, in una famiglia non troppo consapevole di cosa voglia dire "avere un cane". Una storia fatta di lacrime, perdite, solitudine, scoperte, rivalse, paura e piccole vendette, la storia di un bastardino a cui la vita mette continuamente i bastoni fra le ruote ma che con la tenacia di chi alla vita  è attaccato coi denti insiste, combatte, insegue il suo lieto fine.
Che, manco a dirlo, è quello di avere una famiglia "umana" che lo ami e che soprattutto abbia rispetto per il suo "essere cane".
Dal lungomare di Nizza, odoroso di salsedine e stridente di gabbiani, fino al cuore di Parigi intriso di migliaia di odori intrecciati tra loro in maniera tanto stretta che solo un naso molto sensibile ed allenato può essere in grado di dipanarli; insieme al cane percorriamo le strade del mondo osservando la vita dal basso, con l'intensità di sentimenti e la positività di un cucciolo di strada. E osserviamo, dall'esterno, le pazzesche vite di noi esseri umani, attenti al superfluo ma poco alla sostanza, distratti, rabbiosi, irrispettosi della vita diversa da quella bipede, orgogliosamente rinchiusi nella routine inquinata delle nostre città, incapaci di percepire la bellezza della vita in una corsa sulla spiaggia umida ad inseguire i gabbiani.

E' una favola, certo. Un libro destinato ai bambini, ma che consiglio di leggere anche a noi adulti, perchè Pennac - oltre ad uno stile inconfondibile, schietto, scorrevole - lascia intendere in queste pagine tutto il suo delicato amore, la sua comprensione, il suo rispetto per il Cane. E, nella Postfazione finale ( "Nè ammaestrato nè ammaestratore", che consiglio vivamente di leggere), lo dichiara senza fronzoli, col cuore in mano, raccontando delle sue esperienze di vita, dei cani che lo hanno accompagnano lungo gli anni, dell'amore che lo ha legato ad essi e di come noi esseri umani dovremmo imparare a capire ed interagire con il cane.
Una favola che si legge in un pomeriggio, e che parla dritta dritta al cuore.

UN ASSAGGIO:

 "La notte era scesa da un pezzo sulla città. Le case avevano ingoiato i loro abitanti. Le automobili si erano addormentate lungo i marciapiedi. Il Cane camminava solo soletto per le strade. Le luci gialle dei lampioni rendevano più cupa la sua ombra. E il Cane pensava 'Se l'avessi saputo, sarei rimasto dal macellaio'.
Gli uomini erano veramente imprevedibili! Con loro, niente andava come ci si aspettava. Anche gli odori si erano addormentati. Giacevano per terra, come sono soliti dormire gli odori, muovendosi appena. L'alito salato del mare vicino si stendeva su di loro come una coperta. Il Cane avanzava come in sogno, zampettando silenzioso. 'Bene' si disse ' ecco il sonno'.
Scelse la conca fiorita più comoda della piazza Garibaldi, si scavò una buchetta fra i gerani, girò sei volte su sè stesso e si acciambellò con un sospiro. 'Ma prima di addormentarmi devo prendere una decisione' Riflettè ancora qualche istante. Da un campanile suonò la mezzanotte sopra la città vecchia.'Bene' decise Il Cane, 'domani torno dal macellaio. Non è una padrona, ma Muso Nero sarebbe certamente d'accordo. E poi, chissà.... Forse è sposato.....' "

domenica 4 giugno 2017

EPICURO - Lettera sulla Felicità / SENECA - La vita felice

DOVE e QUANDO: in un viaggio virtuale attraverso due pilastri della filosofia classica

Non sono mai stata un'appassionata di filosofia, devo premetterlo. Anche al liceo classico, è sempre stata una materia che digerivo con difficoltà, nonostante fossi per il resto una allieva brillante e senza problemi. Negli anni a seguire, difficilmente mi sono accostata di nuovo a questo tipo di libri; probabilmente perchè per me la lettura è sempre stata un modo per allontanarmi, evadere, sognare e come tale sono sempre stata attratta più dalla narrativa che non dalla filosofia.
Nonostante ciò -sarà perchè il mondo classico, vuoi o non vuoi, mi è rimasto nel cuore, sarà perchè in fondo la filosofia classica è stata quella che ho trovato a suo tempo meno "ostica" - quelle poche volte che l'ho fatto, è stato leggendo Seneca.
Mi accosto, dunque, alla filosofia in punta di piedi e con il dovuto rispetto, consapevole che la mia formazione di tipo prettamente chimico-farmacologico non mi consente forse di sviscerarla a fondo, ma consapevole anche del fatto che se loro, duemila anni fa, hanno parlato, lo hanno fatto affinchè ascoltassimo anche noi. E di cose da ascoltare, ne abbiamo eccome, ancora oggi.
Ecco qui, dunque, due autori a confronto - con la preziosissima introduzione di Giuseppe Dino Baldi che prende per mano e guida chi, come me, la filosofia l'ha accantonata da vent'anni - su uno stesso tema: la felicità.
Da un lato Epicuro, filosofo greco vissuto a Samo intorno al 300 a.C.; dall'altro Lucio Anneo Seneca, vissuto a Roma nel primo secolo a.c. Il primo, fondatore della scuola epicurea, il cui pensiero è stato poi in parte "distorto" nei secoli fino a renderlo sinonimo di "amante dei piaceri" in modo quasi amorale; il secondo, padre dello stoicismo e fortemente impegnato anche in politica, impegno che lo porterà al suicidio. Entrambi hanno lasciato in eredità il loro pensiero - per quanto riguarda Epicuro, in forma di frammenti e di massime; per Seneca, in una sorta di "botta e risposta", un dialogo tra il filosofo e un immaginario "oppositore"- che risulta tutt'altro che sepolto, a distanza di duemila anni.
Epicuro ci insegna a cercare la felicità nelle cose semplici, nella natura, nell'allontanarsi dalla bramosa ricerca del piacere, nel non temere la morte, nel "liberarsi dalla prigione degli affari e della politica"; Seneca, dal canto suo, rivede e rielabora la visione di Epicuro (del quale per esempio non può condividere quest'ultima affermazione, essendo lui in primis un personaggio di spicco della politica romana), sottolineando come la felicità derivi  dall'affrancarsi dalla spasmodica ricerca dei beni materiali per porre invece l'attenzione verso la ricerca della virtù e nel godere di piaceri miti, controllati, senza eccessi.
Entrambi continuano a darci interessantissimi spunti di riflessione; ecco dunque un libro assolutamente prezioso per chi non si lasci spaventare dallo stile - inutile mentirci, questo è un testo che richiede una mente aperta, sgombra e concentrata - e voglia addentrarsi nella lettura di un messaggio vecchio di duemila anni.
Mi riservo di dedicare un post un po' più corposo sul tema nell'altro mio blog (http://cartolinedimetedinchiostro.blogspot.it/), non appena avrò un pochino più di tempo per mettermi comoda e dipanare con calma tutti i miei pensieri; per ora questa voleva essere una segnalazione un tantino "diversa" per chi voglia avventurarsi in un viaggio mentale, più che fisico, indietro di duemila anni. Scoprendo che, incredibilmente, le parole di questi due "padri" del pensiero filosofico siano ben più moderne di quanto crediamo.

UN ASSAGGIO:

"Quella considerazione che ci ha incoraggiato a ritenere che nessun male è eterno o durevole per molto tempo è la medesima che ci attesta che in queste condizioni limitate si può far soprattutto affidamento sull'amicizia" EPICURO, Massime sulla felicità, XXVIII

"Nessuno, se vede un male, lo sceglie in quanto tale, ma perchè si inganna valutando che sia un bene rispetto a un male maggiore di quello" EPICURO, Sentenze sulla felicità, 15

"Perchè allora - mi obietta- mi deridi se per te le ricchezze hanno la stessa importanza che hanno per me?" Vuoi sapere in quale misura non hanno la stessa importanza? A me, se le ricchezze dovessero svanire, non porteranno via niente altro che se stesse; tu, invece, rimarrai stordito se esse ti abbandoneranno, e ti sembrerà di essere privato di te stesso. Per me le ricchezze hanno un certo valore, per te il massimo valore; in conclusione, nel mio caso le ricchezze sono mie, nel tuo caso sei tu che appartieni alle ricchezze" SENECA, Lettera sulla felicità, XXII

"Un generale non si fida main della pace, al punto da non prepararsi alla guerra, che, se non è ancora combattuta, è stata però dichiarata; voi invece siete resi insolenti da una bella casa, come se non potesse andare in fiamme o crollare, e perdete la testa per delle ricchezze, quasi fossero al di là di ogni pericolo e tanto grandi che la fortuna non abbia sufficienti forze per distruggerle." SENECA, Lettera sulla felicità, XXVI

giovedì 1 giugno 2017

UMBERTO ECO - Il nome della rosa

DOVE: in una imponente abbazia benedettina del centro italia
QUANDO: agli inizi del 1300

 Quando anni fa ho aperto il blog, ho detto che sarebbe stata un po' una piccola raccolta di "viaggi" virtuali. Leggo per pura e semplice evasione, fin da quando ho scoperto che quelle fredde ed asettiche letterine che tanto avevo faticato ad imparare all'inizio della prima elementare, erano in realtà frammenti d'incanto in grado di dare vita ad una vera magia e trasmettere a distanza nel tempo e nello spazio sentimenti ed emozioni. Di conseguenza, più lontano un libro mi porta, più lo amo.
Stavolta, mi sono concessa un viaggio che ho sempre temuto e rimandato, soprattutto perchè, avendo già visto un paio di volte il film, temevo che sarei rimasta delusa. Siamo nell'anno del Signore 1327, in un'austera, fredda, impenetrabile abbazia benedettina arroccata nel silenzio di un Italia Centrale dilaniata all'epoca da scontri sanguinari che non risparmiano nemmeno gli ordini religiosi. Con lo spettro mminaccioso dell'Inquisizione che aleggia ovunque, con Papa Clemente V trasferitosi ad Avignone e la sede apostolica di Roma rimasta vacante, con due imperatori (Ludovico di Baviera e Federico d'Austria) a contendersi il potere e con l'ordine francescano che rischia di minare dalle radici il potere temporale del papa, rivendicando la povertà come fondamento della dottrina cattolica, correvano tempi oscuri, tra il clamore delle spade, e le silenziose minacce di eresia e scomunica.
E' in quegli anni che un giovane novizio benedettino, Adso da Melk, si trova ad accompagnare in un viaggio attraverso l'Italia il carismatico e dotto Guglielmo da Baskerville, spirito brillante ed ex inquisitore, incaricato di presiedere ad un complicato incontro tra i sostenitori del Papa e quelli dell'Imperatore (Ludovico di Baviera, risultato nel frattempo vincitore ed alleatosi con i francescani vedendo in essi e nella loro contestazione al potere temporale del papa uno spiraglio per aprire una "breccia" in quello stesso, solido potere). E, come se la questione non fosse già di per sè abbastanza delicata, nell'abbazia che li ospita iniziano a verificarsi, una dopo l'altra, una serie di morti sospette che ben presto assumono i chiari contorni di un delitto. Chi o che cosa sta operando nell'oscurità della nebbiosa abbazia, e per quale scopo? Il giovane Adso, testimone ed ingenuo osservatore, seguirà passo passo, con ammirazione il brillante intelletto di Guglielmo da Baskerville mentre dipana filo a filo la questione, il nocciolo della quale ruota intorno all'impenetrabile e sconfinata biblioteca, vanto dell'abbazia stessa.
Immergendosi nel silenzio e nel freddo delle mura omertose dell'abbazia - sembra quasi di percepire, attraverso le pagine del libro, il silenzio che domina incontrastato su quello sperone di roccia, interrotto solo dallo stridere di un rapace e dai canti dei monaci che riecheggiano sotto le volte, scandendo la progressione delle ore - si procede lentamente, a tentoni, insieme a Guglielmo ed al fido Adso, osservando, interrogando, deducendo. Bisogna prepararsi mentalmente a digerire alcune digressioni storiche tanto lunghe e dettagliate quanto necessarie, nonchè una serie di dibattiti di etica e filosofia intricati ma fondamentali per giungere alla sudata conclusione, non senza qualche colpo di scena che spezza il ritmo lento del romanzo - e della vita stessa dell'abbazia, governata da una rigida progressione di celebrazioni e di incarichi "pratici", in ossequio alla regola "ora et labora" che di quell'ordine era ed è tuttora il fulcro.
Un viaggio sconsigliato agli appassionati dei gialli in chiave "moderna" (quelli più di azione, alla Highsmith, per intenderci), ma consigliatissimo a chi voglia lasciarsi andare ad un lento viaggio in un'epoca oscura della nostra storia; doppiamente interessante se pensiamo che, probabilmente, anche quella che stiamo attraversando - ahimè - oggi verrà descritta come un'epoca "oscura".
Come a dire: ne siamo venuti fuori una volta, ne verremo fuori ancora.

UN ASSAGGIO:

"L'essere alle nostre spalle pareva un monaco, anche se la tonaca sudicia e lacera lo faceva assomigliare piuttosto a un vagabondo, e il suo volto non era dissimile da quello dei mostri che avevo appena visto sui capitelli. Non mi è mai accaduto in vita, come invece accade a molti dei miei confratelli, di essere visitato dal diavolo, ma credo che se esso dovesse apparirmi un giorno, incapace per decreto divino di celare appieno la sua natura anche quando volesse farsi simile all'uomo, esso non avrebbe altre fattezze di quelle che mi presentava in  quell'istante il nostro interlocutore. La testa rasata, ma non per penitenza, bensì per l'azione remota di qualche viscido eczema, la fronte bassa, chè se egli avesse avuto capelli sul capo essi si sarebbero confusi con le sopracciglia (che aveva dense e incolte), gli occhi erano rotondi, con le pupille piccole e mobilissime, e lo sguardo non so se innocente o maligno, o forse entrambe le cose, a tratti e in momenti diversi. Il naso non poteva dirsi tale se non perchè un osso si dipartiva dalla metà degli occhi, ma come si staccava dal volto subito ne rientrava, trasformandosi in null'altro che due oscure caverne, narici amplissime e folte di peli. La bocca, unita alle narici da una cicatrice, era ampia e sgraziata, più estesa a destra che a sinistra, e tra il labbro superiore, inesistente, e l'inferiore, prominente e carnoso, emergevano con un ritmo irregolare denti neri e aguzzi come quelli di un cane. "

martedì 11 aprile 2017

DOUGLAS ADAMS - Ristorante al termine dell'universo

DOVE: a spasso nell'universo
QUANDO: avanti e indietro nel tempo, partendo dagli anni '80 del pianeta terra.

Rieccomi qui, con Douglas Adams. Dopo la Guida Galattica, ho preso gusto al suo stile scorrevole ed alla pungente ironia, e dopo un po' ne ho sentito la mancanza. Pur non essendo - come dicevo nella prima recensione - nè un'appassionata nè un'esperta del genere, le strampalate avventure di Arthur Dent mi hanno conquistata. E, confesso, il secondo capitolo della sua bizzarra saga mi è piaciuto forse anche più del primo. Per dirne una, mi fa impazzire l'idea degli esuli del pianeta Golgafricham; non voglio rovinare la sorpresa a coloro che si avventureranno tra le pagine di questo libro: mi limito a dire che la trovo una storia nella storia a dir poco geniale nella drammaticità della sua ironia.
Ma procediamo, per quanto possibile, con un certo ordine; prepariamoci ad abbandonare letti, divani, treni sferraglianti - o qualunque sia il luogo in cui ci troviamo materialmente quando apriamo il libro - per essere catapultati nella solitudine gelida dell'universo, in una grossa e solida astronave all'interno della quale vagano nella fissa solitudine delle stelle i nostri protagonisti. Zaphod Beeblebrox, egocentrico ma poco autoritario Presidente della Galassia; Ford Prefect, autostoppista spaziale originario di Betelgeuse; Marvin, robot incline all'autocommiserazione, e i due ultimi superstiti dell'ormai scomparso pianeta terra: Trillian e Arthur Dent, appunto, il quale, rassegnatosi  ormai all'idea di dover vagabondare senza meta nel gelo del cosmo, cerca disperatamente di alleviare il vuoto che lo attanaglia cercando di procurarsi perlomeno una buona tazza di tè.
La missione di questa variegata compagnia è apparentemente complessa: trovare la persona che governa davvero l'universo.  E per farlo, inevitabilmente ci saranno salti spazio-temporali, esplosioni, viaggi interstellari, navi spaziali distrutte, il tutto condito con lo spirito, l'ironia e l'intelligenza che caratterizzano la penna dell'autore.
Di galassia in galassia, stavolta ci spingeremo fino ai confini dello spazio-tempo, in un bizzarro ristorante di lusso nel quale è possibile mangiare assistendo nel contempo alla creazione dell'universo stesso; arriveremo nella squallida e pestilenziale Ranonia per affrontare il Vortice, l'orrenda tortura cui nessun essere vivente è mai sopravvissuto, conosceremo il popolo di Golgafricham, in fuga e alla deriva da decenni, in cerca di un nuovo pianeta da colonizzare; e transiteremo su Orsa Minore Beta, dove risiede la casa editoriale Megadodo, editrice della Guida Galattica per gli autostoppisti, appunto.
So che chi non ama il genere storcerà il naso; suona tutto terribilmente "metallo, esplosioni, guazzabugli tecnologici, gravità zero", eppure nel secondo libro come nel primo c'è anche molto, molto di più... Ci sono spunti di riflessione continui sul nostro stato di piccoli esseri umani a cospetto del cosmo; c'è tanta tanta ironia, c'è la capacità di affrontare con leggerezza concetti complessi come il senso stesso della vita, e le leggi che governano l'universo.
E, sempre senza spoilerare nulla, vi invito ad intraprendere questo viaggio, pagina dopo pagina, fino ad incontrare insieme ai protagonisti l'uomo che governa davvero l'universo.
Lo adorerete :-)

UN ASSAGGIO:

"In una stanza di uno dei bracci del ristorante un uomo alto e sottile scostò una tenda, e di colpo l'oblio lo guardò in faccia.
Non era, in effetti, una gran bella faccia, forse perchè l'oblio l'aveva guardata troppe volte. Innanzitutto era troppo lunga, poi gli occhi erano troppo incavati e cerchiati, infine le guance erano eccessivamente infossate e le labba eccessivamente sottili. Senza parlare dei denti, che sembravano vetri di finestra appena lavati. Le mani che reggevano il lembo sollevato della tenda erano anch'esse lunghe e sottili, e per di più fredde. Dal modo in cui stavano posate, leggere e nervose, sulla stoffa, si sarebbe detto che se  il loro proprietario non le avesse sorvegliate come un falco avrebbero potuto sgattaiolare via per conto proprio per fare cose innominabili in qualche angolo.
L'uomo lasciò cadere di nuovo la tenda, e la luce terribile che aveva giocato per un attimo sui suoi lineamenti andò a giocare su qualche superficie meno deprimente.
Girò su e giù per la stanza come una mantide che contemplasse la vittima che avrebbe mangiato per cena, poi si sedette su una sedia zoppa accanto a un tavolo da disegno, e sfogliò un giornalino di barzellette."

giovedì 6 aprile 2017

LEWIS CARROL - Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio


DOVE e QUANDO: in un mondo immaginario, nella seconda metà dell'Ottocento

Ho sempre avuto un debole per Alice; al di là dello straordinario film Disney, ricordo di aver divorato il libro preso in prestito dalla biblioteca della classe in un giorno o poco più; libro che, ricordo, la maestra mi aveva consigliato, visto che ero all'epoca - come ora - parecchio incline ai viaggi mentali ^_^ 
E' stato quindi con grande piacere che a trenta e forse più anni di distanza l'ho ripreso in mano, in questa edizione economica attraverso la quale ho spulciato anche, per la prima volta, la strabiliante storia "dietro le quinte" del mio amatissimo romanzo (linko qui la pagina di Wikipedia, per tutti coloro che volessero dare una sbirciatina alla biografia dell'autore).
Dunque, dicevamo, Alice. Inutile anche delineare la trama, tanto è entrata ormai nell'immaginario collettivo, proposta e riproposta in tutte le salse; diciamo che si tratta, come è ovvio, di un viaggio letterario che richiede di lasciarsi andare completamente, con mente aperta, in modo da godere appieno delle miriadi di invenzioni fantasiose di cui sono zeppe le pagine del libro, ed apprezzare la bellezza del nonsense, delle filastrocche, della fantasia lasciata andare a briglia sciolta, della mentre che respira una boccata di freschezza che la disintossica dal grigiore della quotidianità.
Il Coniglio Bianco, il bizzarro tè del Cappellaio Matto con la Lepre Marzolina, il Gatto del Cheshire con il suo ghigno incantato, Humpty Dumpty, il Dodo, liquidi misteriosi che fanno crescere o rimpicciolire, lo strampalato cricket con l'irritabile Regina di Cuori e la sua corte trepidante, ed ancora la Finta Tartaruga con la sua storia senza capo nè coda, e la Regina Rossa coi suoi discorsi ingarbugliati, un triste Cavaliere che non sa andare a cavallo; una carrellata di personaggi ineguagliabile, un viaggio senza tempo, senza scopo, se non quello di distrarre, strappare un sorriso, distendere i nervi, farci evadere.
Rileggendola oggi, più che allora, devo dire che lo apprezzo, anche se forse ho perso un pochino negli anni la capacità di apprezzare tutto ciò che appare slegato dalla logica.. Veloce, leggero, scanzonato, un libretto che si legge in fretta e si gusta d'un fiato, se si ha voglia - come è successo a me - ti fare un balzo a ritroso nell'infanzia.

UN ASSAGGIO:

" "Via, piangere non serve proprio a nulla!" disse a sè stessa dopo un po', con molta energia. "Ti consiglio di piantarla immediatamente."
Di solito Alice si dava degli ottimi consigli (sebbene li seguisse piuttosto di rado) e qualche volta addirittura si rimproverava così severamente da farsi venire le lacrime agli occhi; un giorno, perfino, cercò di tirarsi gli orecchi perchè aveva imbrogliato sè stessa giocando una partita di croquet contro se stessa. Perchè questa curiosa bambina si divertiva un mondo a far finta d'essere due persone.
"Ma ora" pensava la povera Alice " non mi servirebbe a nulla fingere di essere due persone. Sono una quantità così piccola, che basta appena per una sola persona che si rispetti!"
A un tratto, i suoi occhi caddero su una scatolina di vetro che era sotto la tavola; l'aprì e ci trovò un minuscolo pasticcino sul quale era scritto con belle lettere maiuscole "MANGIAMI".
"E va bene" disse Alice. "Lo mangerò, e se fa crescere vuol dire che arriverò alla chiave; se invece mi riduce ancora più piccina, passerò sotto la porta; così in un modo o nell'altro entrerò nel giardino e succeda quel che vuol succedere!" "



lunedì 13 febbraio 2017

PATRICK SUSKIND - Il Piccione

DOVE: Parigi
QUANDO: oggi

Jonathan Noel è un impeccabile ed abitudinario cinquantenne, solitario, orgogliosamente attaccato al suo trententennale impiego come guardia giurata per la banca in rue de Sevres, nonchè puntuale affittuario in una minuscola e soffocante mansarda in rue de la Planche. Tra queste due vie, trascorre una vita la cui ritmata monotonia lo rassicura; soddisfatto di sè stesso e dei piccoli traguardi da lui raggiunti, Jonathan vive serenamente, con un occhio alla pensione ed in testa il piccolo ma soddisfacente progetto di rilevare la camera in cui vive come inquilino diventandone infine proprietario.
Un'esistenza dunque tranquilla, un uomo onesto e preciso anche se un tantino misantropo, con le salde abitudini - a filo della maniacalità - cha scandiscono i tempi di chi è abituato da decenni a vivere da solo. Un uomo che basta a sè stesso, oseremmo dire, e che quotidianamente trova soddisfazione ed appagamento nel compiere bene il suo lavoro: ritto sugli scalini di fronte alla banca, ben saldo sulle gambe, studiatamente statuario e rassicurante, salvo poi scattare puntualmente ad aprire il cancello all'approssimarsi della limousine di monsieur Roedel, il direttore della banca. Un lieve cenno di saluto, appena accennato, e poi di nuovo, ritto come una sfinge sui gradini della banca fino all'orario di chiusura.Giorno dopo giorno, anno dopo anno, con la pioggia, o il sole, o il vento che strapazza le cartacce lungo la strada, tra i tavolini del caffè di fronte. Potrebbe mai qualcosa perturbare la solida calma della sua esistenza? Ahimè, potrebbe eccome.
Ed accade all'improvviso, quando una mattina, nel tranquillo rituale dei suoi preparativi, Jonathan si imbatte in un piccione.
Entrato chissà come - forse attraverso una finestra lasciata aperta - il piccione dall'aspetto malandato è proprio lì, di fronte alla sua porta, immobile, e lo fissa con un occhio quieto e rotondo, da piccione.
E qualcosa, nella solida affidabile esistenza di Jonathan, a quel punto si incrina. 
Un viaggio assolutamente sui generis, questo. Perchè sì, siamo a Parigi, nella tranquilla esistenza di una guardia giurata che a piedi si muove dalla sua minuscola mansarda in rue de la Planche ai gradini della banca in rue de Sevres; ma il viaggio - quello vero - attraverso cui ci guida Suskind, è quello all'interno della mente di un uomo. Un uomo qualunque, con il suo lavoro e le sue certezze, che improvvisamente, inaspettatamente, si ritrova imbrigliato da qualcosa - fobia, attacco di panico, o le due cose insieme - che finisce per sgretolare la tranquillità della sua routine, scaraventandolo in un vortice di pensieri che, come una valanga, trascinano con sè tutto ciò che toccano, ingigantendo sempre più la morsa che lo imprigiona. Un uomo che perde gradualmente sicurezza, fiducia in sè stesso e inevitabilmente attira su di sè piccoli contrattempi che alimentano a loro volta la spirale di insicurezza.
Il lavoro, la prospettiva di una pensione dignitosa, l'impeccabile professionalità con cui per oltre vent'anni si era sempre presentato puntuale, perfino la postura statuaria con la quale abitualmente affrontava il suo lavoro, tutto spezzato in mille frantumi. Il solido, affidabile Jonathan, scoprendosi prigioniero della sua paura, va in pezzi per lo sguardo di un piccione.
Che ne sarà, adesso, di Jonathan? Riuscirà a riprendere il timone della sua esistenza, riprendendo il controllo dei pensieri e superando il momento di crisi? O si lascerà sprofondare, andando alla deriva proprio quando era ad un passo dalla realizzazione dei suoi - seppur modesti - desideri?
Una storia particolare, introspettiva, che getta un fascio di luce sui momenti oscuri della nostra anima, quando cadiamo preda del panico, e vediamo sfuggirci via tra le dita tutto ciò che abbiamo costruito.


UN ASSAGGIO:

"Era sceso sul gradino più basso della scala di marmo, la risalì e cercò di riassumere la sua posizione. Si accorse subito che non ci riusciva. Le spalle non volevano più star dritte, le braccia gli penzolavano lungo la cucitura dei pantaloni. Sapeva che in quel momento dava un miserabile spettacolo di sè, e non poteva farci nulla. con muta disperazione fissò il marciapiede, la strada, il caffè dirimpetto. Il tremolio dell'aria era scomparso. Le cose erano di nuovo al loro posto, le linee erano dritte, il mondo si stagliava chiaro di fronte ai suoi occhi. Sentiva il fragore del traffico, il cigolio delle porte degli autobus, le grida dei camerieri dal caffè, il ticchettio dei tacchi delle donne. Nè la sua facoltà visiva nè il suo udito erano lesi. Ma il sudore gli scorreva a fiotti dalla fronte. Si sentiva debole. Si girò, salì sul secondo gradino, salì sul terso gradino e si nascose nell'ombra contro la colonna accanto alla porta esterna. Incrociò le mani dietro la schiena in modo da toccare la colonna. Poi si lasciò scivolare lentamente all'indietro, contro le proprie mani e contro la colonna e vi si appoggiò, per la prima volta nei suoi trent'anni di servizio."

mercoledì 1 febbraio 2017

KATHERINE PANCOL - Gli occhi gialli dei coccodrilli

DOVE: Courbevoie, perferia di Parigi
QUANDO: oggi

Massiccio ma scorrevole, "Gli occhi gialli dei coccodrilli" è stata una piacevole scoperta. Premetto e ammetto che, con il progredire dell'età, storco sempre un po' il naso quando, nel terminare un libro, tutto è andato per il verso giusto, scorrendo verso un prevedibile lieto fine nel quale i pezzi combaciano tutti alla perfezione.
 Ed ammetto anche che, dalla prima all'ultima pagina, ho provato una profonda antipatia per quasi tutti i personaggi del libro, in primis per la goffa protagonista Josephine, mamma imbranata e fresca di separazione alle prese con i conti di fine mese da far quadrare e due figlie per versi differenti impegnative da far crescere.
Eppure, nel complesso, è stato un viaggio brioso e gradevole in un piccolo scorcio della Parigi odierna, tra la periferia caotica ed il centro patinato, nella vita di due sorelle agli antipodi.
Josephine, appunto, per vocazione brutto anatroccolo: insicura, timida, impacciata, apparentemente priva di midolllo spinale, incline al piagnisteo, eppure brillante ricercatrice universitaria specializzata nella storia medievale. Un marito disoccupato trasferitosi poi in Africa in cerca di fortuna come allevatore di coccodrilli assieme alla sua giovane amante Mylene. Due figlie, Zoè ed Hortense; la prima piccola ed immatura, la seconda ambiziosa e furba.
E, dall'altra parte, sua sorella Iris, ex sceneggiatrice divenuta poi casalinga extralusso dopo l'invidiatissimo matrimonio con Philippe Dupin, uomo d'affari e padre di suo figlio Alexandre; una casa in un quartiere esclusivo, una fida cameriera personale, lunghi pomeriggi di shopping griffatissimo, pranzi rigorosamente light in ristoranti stellati assieme alla pseudo-amica Berengere.
Tra le due sorelle, Henriette Grobz, la loro filiforme ed austera madre, rigidissima, anaffettiva, con una spiccata predilezione per la bella Iris e per la sua vita lussuosa, frutto di una fortunata ed oculatissima scelta del partner.
Da qui, l'avvio di un intreccio complesso, in cui le due sorelle si legano in un silenzioso accordo nato dal capriccio di Iris, che decide di ammazzare la monotonia del lusso in cui ozia inventandosi una carriera di scrittrice. Ma da dove iniziare, se di scrivere non ha nè il tempo nè la voglia? Semplice: convincendo la sua malleabile sorella Jo, bisognosa di denaro come non mai, a farle da ghost writer, dividendo poi i compensi e lasciando naturalmente ad Iris, bellissima ed esibizionista, onere ed onore delle luci della ribalta.
Un romanzo dallo stile avvolgente e morbido, in cui si parla di mutamenti e di reazione agli eventi, di chi reagisce e chi si lascia andare, di amore vero e di sottomissione, il tutto sullo sfondo suggestivo di una Parigi distaccata, affascinante, spumeggiante di lusso e di vita.
Un intreccio di amori, amanti, piccoli-grandi segreti, amicizia e solitudine, piacevole come una corsa in taxi attraverso le bellezze della Ville Lumiere.
Tutto sommato gradevole, malgrado -come ho scritto - tutto finisca per filare fin troppo liscio, in conclusione. Ma forse sono io che in questa fase della mia vita (che mi stia trasformando in Malefica, la strega della Bella Addormentata? ^_^ ) ho un po' di rifiuto per i lieto fine....

UN ASSAGGIO:

"Josephine riagganciò e procedette incerta fino al balcone. Aveva preso l'abitudine di rifugiarsi lì. Dal balcone, contemplava le stelle. Interpretava un luccichio o il passaggio di una stella cadente come un segno che qualcuno la ascoltava, che il cielo vegliava su di lei. Quella sera, si inginocchiò sul cemento, congiunse le mani e, alzando gli occhi al cielo, recitò una preghiera: "stelle, per favore, fate che io non sia più sola, che non sia più povera, fate che io non sia più assillata dalla sorte. Sono stanca, così stanca... Stelle, da sola non si combina niente di buono, e io sono così sola. Datemi la pace e la forza interiore, datemi l'uomo che aspetto in segreto. Alto o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, giovane o vecchio: non ha importanza per me. Datemi un uomo che mi amerà, e io lo amerò. Se è triste, lo farò ridere; se è insicuro, lo rassicurerò; se si batte, sarò al suo fianco. Non vi chiedo l'impossibile. vi chiedo semplicemente un uomo, perchè vedete, stelle, l'amore è la più grande ricchezza che c'è...."

venerdì 27 gennaio 2017

Il SENSO della MEMORIA


 
Ho sempre preferito affrontare in silenzio la Giornata della Memoria. Trovo che il rischio di cadere nella banalità sia elevatissimo, pertanto ho sempre lasciato il mio blog muto, in questa giornata.
Ad eccezione di qualche anno fa, quando scelsi di condividere in tale occasione il brano di un libro delicatissimo (qui recensito) in cui si parla di dolore, di rinascita, di speranza.

Ora, io onestamente non sono una ferratissima in "etichetta blogghesca", e non so se riproporre un brano già condiviso in precedenza possa far accapponare la pelle alle blogger più tradizionaliste.
Ma trovo che siano delle parole talmente azzeccate, talmente intense, talmente intrise di struggente dolore, che io me ne infischio delle consuetudini della blogosfera, e le ripropongo oggi.

Giusto per contestualizzarle, siamo in Ruanda, dopo la fine della guerra, in visita al Memoriale eretto in ricordo del genocidio di Kigali (250 mila vittime, per chi volesse ho inserito il link al sito del Memoriale stesso).
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, temo. La memoria degli uomini, ahimè, è labile.


.... "Hanno bisogno di vedere i corpi per ricordare?" Domandò Angel "Non se lo ricordano ogni volta che si girano per parlare con i loro cari e scoprono che non ci sono più?"
"Sono sicuro che sia così, signora. Ma i nostri figli che sono troppo giovani per ricordare avranno bisogno di quel posto per non dimenticare, e i figli dei nostri figli che verranno dopo. E molti turisti da altri paesi ci sono già stati per vedere quello che è successo. Molti Wazungu hanno firmato il registro dei visitatori."
<...> "E tu, Binaisa?" Domandò Pius "cosa sei riuscito a scrivere?"
"Non ci crederai, Tungaraza, ma ho scritto solo due parole, le stesse he molti Wazungu avevano già scritto. Mi sento in imbarazzo a dire quali sono."
" 'Mai più'?" suggerì Gasana "Le ho viste scritte più e più volte sul registro"
"E' la stessa cosa che si disse quando vennero chiusi i campi di concentramento in Europa." commentò Angel "Ti ricordi, Pius? 'Mai più' era scritto ovunque in quel museo dove andammo in Germania."
"E se allora quelle parole avessero significato qualcosa, non sarebbero più esistiti posti come quello dove siamo appena stati, oggi, con registri dove la gente può continuare a scrivere 'mai più'" Osservò Pius.
"Hai ragione, Tungaraza, e le parole che ho scritto oggi hanno poco valore, lo stesso che avevano tanti anni fa. Di sicuro in futuro ci saranno altri massacri nel mondo, dopo i quali qualcuno scriverà su un registro 'mai più' - e di nuovo quelle parole non significheranno niente. <...>"


GAILE PARKIN, "Africa Social Club" 

                                                          (immagine presa dal Web)
                                 

mercoledì 18 gennaio 2017

VIRGINIA MACGREGOR - Quello che gli altri non vedono

DOVE: Slipton, UK
QUANDO: oggi

Storiella leggera ed un tantino naive, forse un po' troppo al punto da sfociare direttamente nel mondo fiabesco, lì dove non si vedrebbe nulla di strano nell'amicizia tra un bambino costretto a crescere in fretta sobbarcandosi la cura della bisnonna ed un giovane clochard. Ma tutto sommato, in un'epoca cupa di terrore e diffidenza verso carnagioni dal sapore mediorientale, abbiamo bisogno anche di questo, di una zuccherosa favola per adulti nella quale i buoni e i cattivi hanno confini netti e ben definiti. Che poi, a ben guardare, in questa favoletta per adulti sono proprio gli adulti a far confusione. Come Sandy, giovane estetista di Slipton nonchè madre separata lasciatasi andare allo sconforto per i conti di fine mese che non quadrano ed incapace di prendere in mano le redini della sua vita. O Andy, il suo ex marito, fuggito dal soffocante tran tran e dalle responsabilità quotidiane per trasferirsi all'estero con una giovane e graziosa Amichetta.
Ma per fortuna, a far chiarezza e lucidità in questo mondo di adulti caotici, di padri immaturi e madri depresse, ecco spuntare lui, Milo, nove anni, serio, disciplinato, responsabile, ma soprattutto affetto da un disturbo agli occhi che gli sta - gradualmente- strappando via la vista, restringendo sempre più il suo campo visivo e costringendolo ad osservare il mondo attraverso un piccolo forellino.
Milo, che raccoglie i pezzi della mamma quando crolla, che si prende cura di un maialino domestico, che dopo la scuola amorevolmente accudisce la bisnonna Lou, chiusa nel suo mutismo decennale e bisognosa di attenzioni come una bambina.
Milo è attento, sensibile, sveglio. E quando la mamma, sopraffatta dalle spese, decide di affidare nonna Lou alle asettiche cure della prestigiosa Casa di Cura Nontiscordardimè per disporre di una camera libera da affittare, il ragazzino fiuta subito che qualcosa, lì dentro, non va.
Attraverso il suo forellino, osserva il sorriso di plastica dell'infermiera Thornill, i pavimenti lucidi, le pareti scintillanti; ma soprattutto, osserva nonna Lou e le altre ospiti della casa, sempre intontite, sempre addormentate, come "spente".
Abituato a porre attenzione ad ogni minimo dettaglio, il piccolo Milo avverte subito che qualcosa lì dentro non funziona; ma di nuovo, intorno a sè, non trova che adulti immaturi, ciechi, facilmente ingannati dalle apparenze. Ma lui, armato dello sconfinato amore che nutre per la nonna, e trovando finalmente appoggio nel timido Tripi, profugo siriano divenuto cuoco della Nontiscordardimè, non demorde, e caparbiamente insiste nella sua indagine in cerca della verità.
Una storiella semplice, come ho scritto a tratti fin troppo "ingenua" (non voglio spoilerare troppo, chi dovesse averla letta mi dirà se ha  meno avuto la stessa impressione), ma scorrevole e gradevole anche laddove è un tantino prevedibile.
E uno sguardo dolcemente compassionevole sulla disabilità, sul modo in cui i bambini la vivono, spinti dalla loro innata, straordinaria forza di vivere.

UN ASSAGGIO:

"In Siria, nessuno mette mai gli anziani nelle case di riposo. Vivono con le loro famiglie, si siedono e raccontano storie e mangiano baklava e bevono caffè nero, fortissimo in bicchieri di vetro.
Tripi avrebbe voluto dire alla signora che neanche lui avrebbe  mai mangiato quelle patate, bianche come la sabbia della Siria, e nemmeno il pezzo di manzo filaccioso affogato in quella pozza di sughetto marrone. Avrebbe voluto dirle che un giorno le avrebbe preparato un banchetto come quelli che facevano per i ricconi del Four Seasons di Damasco.
Il terzo giorno di lavoro di Tripi stava volgendo al termine e l'infermiera Thornhill era stata troppo indaffarata per chiedegli di riempire le caselle vuote sul modulo azzurro, il che gli dava un altro po' di tempo per cercarsi una casa.
Mentre attraversava il parco, Tripi si nascose dietro al cespuglio di alloro e aspettò che il guardiano chiudesse i cancelli. Poi stese il sacco a pelo e disse le sue preghiere, in ritardo sul tramonto del sole. Quando inspirava, i polmoni gli facevano male; il freddo gli era già entrato dentro. Di notte, mentre dormiva, sentiva che tra le costole gli si formavano lastre di ghiaccio.
A Damasco poteva accadere che la temperatura scendesse molto al di sotto dei 10 gradi. E quando arrivava il freddo, a volte arrivava anche la neve. In primavera, quando pioveva, cadevano gocce grosse e cristalline che andavano a gonfiare i fiumi e a far girare le ruote di legno e le pale dei mulini, così da far scorrere acqua pulita per tutta Damasco. Qui la pioggia era sottile, sporca e fredda."