giovedì 5 ottobre 2017

UMBERTO ECO - L'Isola del Giorno Prima

DOVE: con un naufrago sperduto in prossimità di una misteriosa isola nell'Oceano
QUANDO: 1643

Complesso, onirico, a tratti lento e certamente non adatto a tutti, eppure avvolgente e suggestivo questo romanzo che ci trasporta intorno alla metà del Diciassettesimo Secolo, nella travagliata vita di Roberto de la Grive. Erede di una famiglia della piccola nobiltà del ducato di Milano, i Pozzo di San Patrizio, cresciuto sotto la guida di un precettore carmelitano, combattente valoroso - accanto al padre - durante l'assedio di Casale Monferrato (battaglia cardine della Guerra di Successione scoppiata alla morte senza eredi di Vincenzo Gonzaga Duca di Mantova, qui un sunto "wikipediesco" della storia) ed infine naufrago solitario in una regione sconosciuta dell'Oceano, aggrappato ai miseri resti della gloriosa Amarilli sulla quale si era imbarcato, tempo addietro, per una misteriosa missione della quale solo più avanti verrà svelato il fine; questa, molto in breve, la vita del giovane protagonista, dal carattere mite ma tenace e dall'amore sconfinato, puro e platonico per la bella e lontana Lilia.
Dunque, dicevamo, naufrago. Iniziamo infatti questa avventura aggrappati ad una tavola di legno, sballottati tra le onde, sfiniti, intrisi d'acqua fino alle ossa, bruciati da sole e seccati dalla salsedine; sembrerebbe a tutti gli effetti la fine, più che l'inizio; ma ecco, all'orizzonte, comparire una nave. Una nave - a dirla tutta - anch'essa in un certo senso naufraga, orfana com'è di qualunque membro dell'equipaggio e priva di scialuppe, ma pur sempre un qualcosa di solido su cui poggiare le stanche membra di naufrago dopo tanto sciabordare di marosi; perciò, traendo a sè le ultime forze, Roberto sale a bordo. E qui, sulla misteriosa e deserta Daphne, inizia la sua vita di duplice naufrago. Naufrago dell'Amarilli, come abbiamo detto; e di nuovo, naufrago sulla Daphne, che scopre ben presto essere attraccata di fronte ad un'isola sconosciuta, irraggiungibile a nuoto eppure perfettamente visibile all'orizzonte. Che cosa fa una nave zeppa di provviste ed acqua potabile, senza alcun segno di lotta, nè alcun danno visibile, sola ed abbandonata - apparentemente- di fronte ad una misteriosa isola? che fine ha fatto l'intero equipaggio? Riprese le forze, Roberto inizia ad indagare, ben presto iniziando a sospettare che da qualche parte, laggiù nelle profondità della stiva, essa nasconda anche un'intruso ostile.
Una storia che inizia con i toni del giallo ma sfuma ben presto nel trattato scientifico, quando man mano dipaniamo la matassa della misteriosa missione che ha condotto Roberto sull'Amarilli e sul perchè la maestosa Daphne sia stata abbandonata al suo destino dai membri dell'equipaggio.
Un romanzo storico che ci porta lontano, un pelino più indietro dell'Illuminismo, in un mondo di passione per l'ignoto, per l'esplorazione geografica, la scoperta del mondo al di là dei confini conosciuti. Un'epoca in cui si iniziava a manifestare interesse per i mondi esotici, e d'altro canto si cercava di razionalizzarli, di renderli individuabili matematicamente, identificabili numericamente sulle mappe geografiche. L'epoca in cui si cominciavano a calcolare latitudini e longitudini, per dare riproducibilità a viaggi facilitando l'individuazione dei luoghi; eppure un'epoca in cui ancora - in Italia, soprattutto - il pensiero religioso cozza prepotentemente con la scienza ed il progresso, con la filosofia, a tratti anche con l'ingegno umano. E poi, un romanzo che parla di solitudine, disperazione, tenacia, abbandono. Del delirio della mente umana quando l'uomo si ritrova lontano dai suoi simili, costretto ad una prigionia seppur apparentemente confortevole.
Ripeto, un libro che non è per tutti, lo stile è - come si confà ad un romanzo storico - ben lungi dall'essere scorrevole e contemporaneo, le lunghe digressioni di stampo filosofico o tecnico richiedono di essere affrontate con la curiosità di chi osserva sotto il microscopio un mondo lontano dal nostro, ma un libro completo, da leggere. ù
Che poi, mi viene quasi da sorridere, e dire: "E' Umberto Eco. Non c'è certo bisogno che sia tu, a dire che è un libro che vale la pena leggere" ^_^

UN ASSAGGIO:

"Aveva barcollato verso l'altro bordo e aveva intravisto - ma questa volta lontano, quasi a filo di orizzonte - i picchi di un altro profilo, anche quello delimitato da due promontori. Il resto mare, come a dare l'impressione che la nave fosse attraccata in una rada in cui era entrata passando per un vasto canale che separava le due terre. Roberto aveva deciso che, se non si trattava di due isole, certo si trattava di un'isola prospiciente una terra più vasta. Non credo avesse tentato altre ipotesi, visto che non aveva mai saputo di baie così ampie da dar l'impressione, a chi vi si trovi in mezzo, di star di fronte a terre gemelle. Così, per ignoranza di continenti smisurati, aveva colto nel segno.
Una bella vicenda per un naufrago: con i piedi sul solido e terraferma a portata di braccio. Ma Roberto non sapeva nuotare, entro poco avrebbe scoperto che a bordo non c'era nessuna scialuppa,e  la corrente aveva frattanto allontanato a tavola con cui era arrivato. Per cui al sollievo per la morte scampata si accompagnava ormai lo sgomento per quella triplice solitudine: del mare, dell'Isola vicina e della nave."

sabato 2 settembre 2017

PAOLO MAURENSIG - La variante di Luneburg

DOVE: Austria
QUANDO: Tra gli anni '30 e gli anni '90

Come in Canone Inverso, di nuovo Maurensig ci conduce a Vienna, stavolta nella vita di un ricco imprenditore e grande appassionato di scacchi, il quale però, al culmine della propria vita apparentemente senza spine e senza macchia, viene ritrovato morto in circostanze misteriose.
Anzi, più che misteriose, visto che il cadavere viene rinvenuto al centro del labrinto della sua maestosa casa di campagna e che, come unico possibile indizio collegato alla sua morte non c'è che una strana, sudicia e sdrucita scacchiera di stoffa sulla quale dei bottoni altrettanto sudici e malridotti, sono disposti come a voler richiamare una partita interrotta.
Archiviata la morte come suicidio, e tanti saluti. La vita di tutti ricomincia a scorrere come prima, con o senza il ricchissimo e abitudinario Frisch.
Eppure le cose sono ben lontane dall'essere semplici come appaiono in apparenza. Cosa potrebbe spingere, infatti, un ricco e soddisfatto uomo di successo al suicidio? E che legame esiste tra la sua morte e gli scacchi?
Di nuovo, come in Canone Inverso, le storie si aprono una dentro l'altra, come matrioske, consentendoci di ricostruire mano a mano la vita scintillante di Frisch, che però a ben guardare tanto scintillante non è e nasconde - inevitabilmente, verrebbe da dire col senno di poi - qualche scheletro nell'armadio.
Tutto inizia con un viaggio in treno, quello che ogni fine settimana conduce Frisch dal suo ufficio di Monaco fino alla  sua tenuta settecentesca poco distante da Vienna, circondata da un vasto parco attorniato a sua volta da una riserva di caccia di parecchi ettari. Insomma, un piccolo paradiso di quiete in cui l'uomo d'affari ama ritemprarsi nei fine settimana, verrebbe da dire. Come ogni venerdì, lungo il tragitto lo accompagna il signor Baum, direttore della sua filiale di Monaco oltre che grande appassionato di scacchi con il quale, ogni venerdì sul rapido per Vienna delle diciannove e venti, il nostro solido ed abitudinario signor Frisch amava intrattenersi con una lunga e stimolante partita. Ma in quel particolare fine settimana - quello precedente al misterioso suicidio dell'imprenditore - la loro partita viene interrotta da un giovane bizzarro, anch'egli evidentemente esperto di scacchi, il quale poi, rimasto solo con Frisch, comincia a raccontargli la propria lunga, noiosa e strana storia. Che però, ad un certo punto, s'intreccia con la storia di un uomo altrettanto bizzarro ed altrettanto brillante negli scacchi. Frisch ascolta, tra l'infastidito e il rassegnato, il lungo racconto del ragazzo, e man mano nella sua mente si apre uno squarcio verso un passato che credeva di aver sepolto.
E, mossa dopo mossa, uno scacco dopo l'altro, un avversario che credeva di aver dimenticato riemerge proprio da quel passato oscuro, per compiere una silenziosa ed altrettanto oscura vendetta.
Un  romanzo non semplice, un tantino contorto specialmente nei punti in cui si addentra nella descrizione dettagliata degli incontri di scacchi; eppure nonostante questo un romanzo appassionante, che nella sua brevità incastra una dentro l'altra tre storie tra loro apparentemente disgiunte eppure indissolubilmente legate dall'amore dei tre protagonisti per gli scacchi. Un amore forse incomprensibile per chi - come me - ha sempre faticato ad entrare nello spirito del gioco, e si limita a muovere più o meno casualmente i pezzi sulla scacchiera, cercando di addivenire ad una qualche conclusione, ma che per loro è essenza stessa della vita.
E per due di loro, che in passato sono stati loro malgrado pedine di colori diversi in una lunga e sanguinosa partita di scacchi compiuta dalla Storia, su quella scacchiera è rimasta in sospeso una vecchia partita nella quale la posta in gioco era alta, altissima....

UN ASSAGGIO:

"Immerso com'era nelle sue riflessioni, non si era neppure accorto che un viaggiatore era entrato nello scompartimento e stava prendendo posto accanto a loro. Capitava così di rado che qualcuno decidesse, nonostante le tendine tirate, di occupare proprio il loro scompartimento, che Frisch alzò il capo dalla scacchiera e rivolse all'intruso un'occhiata carica di fastidio. Frisch aveva un modo di guardare indiretto, che gli derivava da un passato trascorso nell'esercito: non fissava mai negli occhi una persona, ma il suo sguardo si accentrava con una sorta di disapprovazione su un punto della gola, come se osservasse una macchia sul colletto, o una mostrina scucita.
Sentendosi osservato, il giovane disse qualcosa a mezzavoce, mormorò un saluto e si sedette. L'intruso poteva avere poco più di vent'anni. Aveva i capelli biondicci che gli arrivavano fin sulle spalle, era mal rasato e si stringeva addosso un impermeabile, bianco ma non più candido, chiuso fino al collo. Un tipo di abbigliamento che Frisch naturalmente detestava."



venerdì 25 agosto 2017

PATRICK MC GRATH- Spider


DOVE: Londra, Inghilterra
QUANDO: tra gli anni '30 e la fine degli anni '50

Già anni fa, quando lessi "Grottesco", mi innamorai dello stile di McGrath e della sua capacità di trasmetterti l'inquietudine cupa della mente umana, lasciandoti quasi senza fiato, con una sensazione di claustrofobia e disorientamento, quasi, una volta richiusa l'ultima pagina.
Mi ero ripromessa di leggere altri titoli di questo autore ma poi, per un motivo o per un altro, mi sono sempre ritrovata fra le mani altro; fino a quest'anno, quando finalmente incontro di nuovo la penna affilata di McGrath e la sua capacità spietata di frugare tra le pieghe più oscure dell'anima umana.
Devo ammettere che, ahimè, avendo già visto il film tratto da questo romanzo - un film di David Chroneberg altrettanto cupo ed angosciante - in parte ho perso il gusto del colpo di scena finale; nonostante questo, Spider è riuscito comunque ad attanagliarmi la gola ed opprimermi il petto d'angoscia.
Siamo a Londra, intorno alla fine degli anni '30, in una stradina di un quartiere popolare - casette cadenti con il bagno ricavato all'esterno, piccoli giardini recintati ed un pub in cui riversare, la sera, lo stress di una dura e poco gratificante giornata di lavoro. Dennis Claig, o "Spider", come lo ha soprannominato la mamma, è un ragazzino inquieto, solitario, magro ed allampanato, con pochi amici. Un ragazzino divenuto uomo che cerca, nei meandri della sua memoria disordinata i pezzi di un puzzle complesso, per ricostruire e capire una storia cupa ed angosciosa rimastagli annodata dentro per venti lunghi anni. Da quando, così gli sembra di ricordare, il padre Horace - idraulico severo ed incline all'alcol - ha ucciso la sua amata mamma rimpiazzandola con Hilda, volgare e vistosa ex prostituta, la quale si insinua con prepotenza nella vita di Spider, cercando di prendere il posto della madre defunta ed il controllo sulla vita sua e di suo padre.
Isolato, disperato, aggrappato al ricordo della mamma, Spider cresce soffocato dal dolore e dall'angoscia, divenendo un adulto disturbato attraverso i cui occhi, a distanza di venti anni, ricostruiamo pezzo a pezzo quello che è veramente accaduto.
Perchè le cose, manco a dirlo, sono diverse da quelle che Dennis ricorda. E pagina dopo pagina, appunto dopo appunto, è lui stesso inconsapevolmente a fare luce su quanto accaduto.
Soffocante, allucinato, paranoico. Un romanzo che oscilla continuamente tra l'incubo e la realtà, sullo sfondo della periferia di Londra, con le strade lucide di pioggia, i piccoli pub affollati, le casupole popolari, gli enormi gasometri che svettano al di là del canale, sulle cui rive lo Spider giovane e quello adulto si siedono in cerca di chiarezza, contemplando l'acqua melmosa.
Lontanissimo dalla Londra luminosa, dal Big Ben, dagli autobus rossi a due piani e i grossi taxi cab neri e lucenti che scivolano sotto il traffico, qui è cresciuto Dennis; in una periferia fangosa, con piccoli orti urbani nei quali gli operai sfiancati da una settimana di lavoro cercano di recuperare il fiato distendendo i nervi, una periferia di vicoli solitari e silenziosi, di lampioni che lanciano una stanca luce giallognola nella nebbia, di donne pazienti che attendono sedute in cucina i passi stanchi dei mariti di rientro dal pub, annebbiati dall'alcol e schiantati dalla vita.
E mentre lui, lentamente, srotola davanti a noi vividi frammenti della sua vita di bambino, in un continuo oscillare di passato e presente, flashback e realtà, scendiamo fino nei meandri più oscuri della mente umana, lì dove si annidano i traumi, i ricordi sgradevoli che non possiamo e non vogliamo che risalgano in superficie.
Fino a che, come le onde del mare, la memoria di Dennis non vomita frammenti inquieti di passato, ad uno ad uno. Lasciandoti, infine, senza fiato.

UN ASSAGGIO:

"Ma almeno non sono lontano dal canale. Ho trovato una panchina vicino all'acqua, in un punto riparato che posso definire 'personale', dove mi piace passare il pomeriggio senza che nessuno mi disturbi. Da questa panchina, ho una chiara visuale dei gasometri, e la vista mi ricorda sempre mio padre: non so perchè, forse per il fatto che era un idraulico e una figura familiare in questo quartiere quando pedalava sulla bicicletta con la borsa di stoffa degli attrezzi buttata su una spalla come una faretra piena di frecce. Le strade erano strette a quel tempo, fiancheggiate da scure, squallide catapecchie accostate l'una all'altra, con dietro dei cortiletti minuscoli- tubazioni esterne e fili per stendere tesi fra muro e  muro, e i cortili davano su vicoli in cui magri gatti randagi rovistavano nei bidoni della spazzatura. Londra sembra così grande e vuota, adesso, e questa è un'altra cosa che trovo strana: mi aspettavo il contrario, perchè le scene della propria infanzia tendono ad apparire enormi e immense nella memoria, come sono state vissute a quel tempo."


domenica 20 agosto 2017

ORHAN PAMUK - La stranezza che ho nella testa

DOVE: Istanbul, Turchia
QUANDO: tra la fine degli anni 50 e gli anni duemila

Un viaggio impagabile, suggestivo, unico, quello che offre Orhan Pamuk (tra l'altro, premio nobel 2006 per la letteratura) in poco meno di seicento pagine scorrevoli e fluenti: quello attraverso la Istanbul dell'ultimo secolo, a partire dagli anni '50 fin quasi ai nostri giorni, anni di profondo fermento politico e sociale durante i quali la città si trasforma e ribolle sotto la spinta dei suoi abitanti, fino a diventare la metropoli a cavallo tra oriente ed occidente che conosciamo oggi.
E tutto questo, noi lo viviamo sulla pelle di uno dei suoi cittadini più umili, Mevlut, trasferitosi da ragazzo in città assieme al padre, venditore di yogurt e boza, in cerca di fortuna e rimasto impigliato in una vita modesta un po' per un suo testardo, nostalgico attaccamento alle tradizioni, un po' per la sua indole pacata, accomodante, poco ambiziosa.
E mentre suo zio e i suoi cugini, anch'essi venuti ad Istanbul in cerca di ricchezza, riescono tutto sommato, anno dopo anno, ad ampliare la loro baracca, i loro guadagni, la loro famiglia, il romantico Mevlut rifiuta di abbandonare il suo mestiere e continua per la sua strada - letteralmente.
Perchè, anno dopo anno, lui continua a percorrere le vie cittadine con il pesante giogo appoggiato sulle spalle, richiamando col suo grido "bozaaaa" i clienti. Che però, anno dopo anno, man mano che il progresso porta ad Istanbul i frigoriferi e lo yogurt e la boza di produzione industriale, diminuiscono fino a ridursi a sporadici nostalgici perlopiù ubriachi che, di tanto in tanto, spinti dalla curiosità, vengono attratti dal piccolo, anacronistico ambulante.
Intorno a lui la città muta e si trasforma velocemente, i locali aprono e chiudono, le leggi cambiano, lui ed i suoi amici d'infanzia crescono; ma Mevlut, silenzioso, testardamente fedele a sè stesso, incurante degli scontri politici, delle lotte interne alla città, dei cambiamenti internazionali, continua a percorrere ogni sera le strade che conosce a menadito, lanciando il suo richiamo d'altri tempi.
Perchè lui, Mevlut, è un ragazzo - e poi, negli anni, un uomo - semplice, d'altri tempi, felice con poco.
Pienamente soddisfatto, e questo la dice lunga sul suo carattere, del matrimonio con Rayiha, rapita con la complicità di suo cugino Suleyman. Peccato che, si accorge Mevlut quando ormai è troppo tardi,  la ragazza rapita non era quella di cui, tre anni prima, si era innamorato incrociando per caso il suo sguardo ad un matrimonio, ma la sorella maggiore di quest'ultima. Una terribile confusione, uno scambio di nomi, un fraintendimento con il solerte cugino; insomma Mevlut rapisce e sposa la ragazza sbagliata. Eppure, dicevamo, è pienamente soddisfatto del matrimonio con Rayiha, della loro vita coniugale, delle loro splendide figlie.
Mevlut è così: romantico, semplice, poco ambizioso. Uno così , verrebbe da pensare, una metropoli in fermento come Istanbul lo tritura, lo mastica sputandone via solo le ossa; e invece no, Mevlut resiste, insiste, vive la sua vita semplice osservando con occhi ingenui e puri i cambiamenti che avvengono attorno a lui.
Una storia semplice, raccontata a più voci - perchè non è solo Mevlut a parlare, ma i diversi personaggi, ciascuno per propria bocca, hanno tutti voce in capitolo - intrisa di una sottile e polverosa malinconia. Una storia piena di profumi e suoni di un tempo lontano, di un mondo esotico che vediamo sotto ai nostri occhi diventarlo sempre meno, sempre più contaminato da un Occidente che sembra , sguaiato e prepotente non lasciare scampo alle delicate tradizioni di un tempo ed alle silenziose notti d'oriente rotte solo dalla voce del bozaci.
Tante voci, tanta umanità, che finiscono per costringerti ad affezionarti alla vecchia Istanbul ed a provare anche tu, lettore, in fondo al cuore un moto di malinconia quando inesorabilmente i paesaggi familiari mutano sotto la spinta prepotente del progresso. Ed a renderti conto che, qui come in Turchia, tra gli anni 60 ed oggi il progresso ci ha dato tanto, chiedendoci forse in cambio di pagare un prezzo altissimo: la perdita del candore, dell'innocenza, del gusto genuino per le cose semplici. In una parola, di tutto ciò che incarna la piccola anima di carta di Mevlut.

PS: per chi, come me, ignorando cosa sia la boza, volesse conoscere meglio questa bevanda, rimando a questo link.

UN ASSAGGIO:

"Nel punto più alto di Kultepe, dove andavano Mevlut e suo padre, c'erano i resti dell'inceneritore dei rifiuti, e le ceneri che davano il nome a quel posto. Da lì si vedevano le altre colline, che si stavano riempiendo velocemente di baracche (Duttepe, Kustepe, Esentepe, Gultepe, Harmantepe, Seyrantepe, Oktepe ecc.), il cimitero più grande della città (Zincirlikuyu), parecchie aziende grandi e piccole, autorimesse, officine, depositi, fabbriche di medicinali e lampadine e, in lontananza, l'ombra spettrale della città, con i suoi alti edifici e minareti. La città stessa e i quartieri dove con suo padr vendeva yogurt al mattino e boza la sera, e dove andava a scuola, erano come tante chiazze misteriose.
Ancora più lontano c'erano le colline azzurre della parte asiatica della città. Il Bosforo era fra queste colline, e purtroppo non era visibile. Eppure ogni volta che Mevlut saliva in cima, sin dal suo arrivo in città, per un istante credeva di intravedere il mare fra quelle montagne azzurre. Sulle colline che scendevano verso il mare c'erano enormi tralicci, conduttori di una delle principali linee che portavano l'elettricità a Istanbul. A contatto con i cavi, il vento produceva suoni bizzarri, e nei giorni in cui c'era umidità i fili emettevano uno strano ronzio. "

lunedì 7 agosto 2017

MURAKAMI HARUKI - L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

DOVE: Giappone, tra Nagoya e Tokio
QUANDO: tra gli anni '90 e gli anni 2000

Tra la fredda, caotica, disumana Tokio ed il piccolo calore e la semplicità provinciale di Nagoya si srotola la vita di Tazaki Tsukuru, ingegnere progettista di stazioni, "incolore" per sua stessa ammissione, insicuro, solitario, piattamente insoddisfatto. Un lavoro che corrisponde a quanto aveva sempre sognato, una casa di proprietà, una relazione tutto sommato stabile con una ragazza brillante e piena di fascino. Eppure lui, Tazaki, conduce la sua vita in un asettico torpore, incapace di entusiasmarsi, affezionarsi, emozionarsi. Un tempo, ricorda, la sua vita era diversa. A Nagoya, in provincia, al sicuro in un compatto gruppo di amici ( oltre a lui, altri due ragazzi e due ragazze), Tazaki era felice, pieno di impegni, fiducioso verso il futuro; ma ahimè l'adolescenza, rosea o cupa che sia, ad un certo punto termina e la vita, si sa, costringe a fare delle scelte. E mentre i suoi quattro amici storici scelgono di restare in provincia, lui si trasferisce a Tokio per studiare, inseguendo il sogno d'infanzia di realizzare stazioni ferroviarie; ma nemmeno questo sembra scalfire la solidità della loro amicizia ed i cinque ogni anno all'inizio dell'estate, quando anche Tazaki rientra a casa dei genitori per le vacanze, si ritrovano come se non si fossero lasciati mai, condividendo emozioni, speranze, paure.
Finchè di punto in bianco, durante l'estate del secondo anno di università, tutto cambia; rientrato come ogni anno a Nagoya Tazaki non trova i suoi amici ad attenderlo, ma quattro porte sbarrate. Senza una spiegazione, nessuno dei quattro ha più alcuna voglia di vederlo nè sentirlo, anzi, lo sollecitano a non farsi più sentire, uscendo dalle loro vite. Senza un motivo apparente, Tazaki si ritrova solo, in preda a mille domande. Perchè? Cosa aveva fatto? In che modo poteva aver ferito i suoi amici senza accorgersene? Per sei mesi, il giovane Tazaki sprofonda in una crisi nera, durante la quale vive apaticamente sperando soltanto di morire; infine riemerge dall'abisso in cui era sprofondato anche grazie ad una nuova amicizia, rimanendo però in qualche modo segnato. Il nuovo Tazaki è in un certo senso apatico, privo di entusiasmo, pessimista, rassegnato. Quel dolore sordo continua a logorarlo profondamente, per quanto lui tenti di ignorarlo. Solitario al limite della misantropia, Tazaki torna sempre meno al paese natale, trovando nella caotica e distaccata città di Tokio un ambiente più idoneo al suo desiderio di solitudine.
Accantonate l'adolescenza e la giovinezza, l'incolore Tsukuru è diventato un uomo solitario e disilluso.
Ed è soltanto per l'insistenza di Sara, l'unica in qualche modo a riuscire a fare breccia nella sua corazza, che Tazaki si deciderà infine a riprendere in mano le redini della sua vita, scavando finalmente alle radici del suo malessere e decidendo di affrontare uno ad uno gli altri quattro, ed a fare luce là dove per anni hanno regnato le tenebre.
Una storia delicata sul dolore della  crescita, sulle lacerazioni che restano dentro e continuano a far mare a distanza di anni, sul coraggio di affrontare i propri mostri, guardando in faccia noi stessi. Sul coraggio di chi, toccato il fondo, si dà una bella spinta e comincia a risalire.
Sulla necessità di aprire gli occhi, anche quando tenerli chiusi sembrerebbe la scelta migliore.
Diventare adulti, tutto sommato, non è che questo: affrontare ciò che ci ha ferito, impedendo che accada di nuovo. Accettare i cambiamenti, nel bene e nel male. Incassare i colpi.
Un romanzo che per certi versi di discosta un po' dal Murakami più tradizionale; pur aleggiando sempre un certo velo di sovrannaturalità, qui tutto è molto concreto, reale, come reali sono ahimè le ferite che ci vengono inferte dagli altri esseri umani, nella vita di tutti i giorni.
Tanta riflessione, tanta instrospezione. Tanta crescita spirituale. Tanta vicinanza con episodi della mia vita, quei piccoli "traumi"adolescenziali che non riusciamo a metabolizzare perchè dai 18 anni in poi è come rotolare giù da un piano inclinato, e come niente riapri gli occhi e di anni ne hai 38, combatti con le zampe di gallina ed i capelli bianchi. ^_^
Un libro consigliato anche a chi trova "ostico" il Murakami troppo onirico.


UN ASSAGGIO:

"Dal suo ritorno a Tokio, per sei mesi Tsukuru visse sulla soglia della morte. Si era organizzato un piccolo spazio sul bordo di una buia voragine senza fondo, e lì conduceva la sua solitaria esistenza. Un posto pericolosissimo: sarebbe bastato che dormendo cambiasse posizione per rotolare giù, nel nulla. Ma era un rischio che a lui non faceva paura. Cadere sarebbe stato tanto più semplice!
Attorno a sè vedeva solo una landa deserta cosparsa di rocce. Non una goccia d'acqua, non un filo d'erba. Non un colore, non un raggio di luce. Non c'era il sole, lì, nè la luna, nè le stelle, nè nord, nè sud. Una penombra dalla natura sconosciuta si alternava periodicamente ad un'oscurità sconfinata. Era l'estrema frontiera che un essere dotato di coscienza poteva percorrere. Al tempo spesso, però, era un luogo ricco di nutrimento. Durante la penombra, degli uccelli con il becco affilato venivano a scavare nella sua carne, ma quando le tenebre calavano sulla terra e gli uccelli se ne andavano, qualcos'altro colmava in silenzio il vuoto che si era aperto nel suo corpo."

lunedì 31 luglio 2017

LIEBSTER AWARD ^_^

Dunque, da dove si comincia, in questi casi? Ricordo che millenni fa, quando aprii questo mio piccolo spazio virtuale, qualcosa del genere era accaduto, e in qualche modo ne ero venuta fuori..... ^_^
Purtroppo, come credo di aver già scritto, sono piuttosto carente nell'etichetta blogghesca, perciò mi scuso a priori se in questo post dovessi commettere qualche "scivolone" che possa infastidire blogger più esperte di me... Abbiate pietà, semplicemente, di una mamma lavoratrice separata che vive il blog come uno spazietto da coltivare a tempo perso, per respirare un pochino ed evadere dalla quotidianità, senza alcuna smania o aspirazione di arrivare ad un numero innumerevole di followers..

Ma cerchiamo di rimboccarci le maniche, e procedere con ordine.

Due, ben DUE blogger hanno voluto menzionarmi tra i blog meritevoli di un piccolo riconoscimento virtuale: il LIEBSTER AWARD.Il senso del premio è molto semplice: conferire un piccolo riconoscimento ai piccoli blog, quelli con meno di 200 followers, per intenderci, per aiutarli ad avere un po' più di "risonanza" e a farli conoscere di più. Se sono qui a parlare di questo è grazie a due gentilissime "visitatrici" ( Martina del blog "Mami tra i libri" e Eva di "La libreria di Eva"), le quali ritrovandosi ogni tanto a curiosare nel mio blog hanno pensato che potesse meritarsi questo premietto; cosa che, manco a dirlo, mi fa un piacere immenso. Detto ciò, si passa al succo del Liebster Award, che è sì un premio virtuale, ma che richiede anche che il premiato, oltre ai ringraziamenti di rito, si metta in gioco, rispondendo a ben 11 domande. Per non far torto a nessuno, andiamo in ordine alfabetico e iniziamo con le 11 domande di Eva...Ringrazio di cuore entrambe, ed invito chi volesse a fare una capatina nei loro blog ( sopra trovate i link), soprattutto se siete alla ricerca di blog originali, scritti col cuore.Dunque, giochiamo ^_^

1) Qual è il romanzo che racconta una storia che vorresti vivere? Tenendo ben presente però che alla fine ritornerai alla tua vita di oggi...

Se mi garantisci che alla fine ritorno alla vita di oggi, incolume, senza rischio di rimanere intrappolata lì in mezzo ad orchi e incantesimi, la sparo grossa: Il Signore degli Anelli, di Tolkien. Perchè pur avendolo letto quando ero già grandicella l'ho adorato, e perchè se devo sognare, voglio sognare in grande, e andarmene a spasso per la Terra di Mezzo. ^_^


2) Se potessi trasformarti in un personaggio letterario maschile, quale sceglieresti e perché? 

Domanda complessa, questa.. Qualcosa a cui non avevo mai pensato onestamente. E non so perchè, ma d'impulso mi è venuto in mente Edmond Dantes de Il Conte di Montecristo; e confesso, cara Eva, che la cosa mi ha anche parecchio inquietato.. Perchè proprio lui? L'uomo che trascina e cova per anni il suo rancore e finalmente si gode la sua lenta vendetta? Forse perchè nel mio animo cova un certo sadomasochismo? O forse semplicemente perchè, al di là di questo aspetto, è un personaggio che mi ha sempre fortemente affascinato, per il suo saper resistere alle avversità della vita, per la sua tenacia, per la capacità di mantenersi saldo e lucido - benchè accecato dalla rabbia - senza lasciarsi abbattere dalle avversità. D'istinto mi è venuto in mente lui, percio che Edmond Dantes sia.... ^_^

3) Qual è l'ultimo libro che hai letto al di fuori della tua "comfort zone" letteraria?

Intendi libri che non siano di narrativa? Diciamo che leggo molto per evasione, percui il grosso è quello, ma come farmacista sono anche appassionata di fitoterapia percui intervallo la letteratura con dei testi che trattino di quello.
Se invece intendi letteratura di tematiche diverse rispette a quelle che leggo di solito, non saprei.. sono una che spazia parecchio. Dal romanzo storico (Il nome della Rosa) alla fantascienza (Guida Galattica per gli autostoppisti), negli ultimi mesi ho avuto una "comfort zone" dai confini molto ampi... Non saprei cosa risponderti, in quel caso..

4) Parlaci di un "viaggio letterario" che hai amato molto... cioè un posto che ti è piaciuto dove senti quasi di essere stata, pur avendone solo letto.

Ah, qui sai bene che tocchi un tasto fondamentale, per me.. ^_^ .. Il mio blog è TUTTO incentrato sui viaggi letterari.. il mio primissimo post (credo fosse il 2011) spiegava perfettamente quanto per me i libri siano un mezzo per viaggiare, non potendo per ora farlo concretamente. Se dovessi scegliere un posto - e uno soltanto - sarebbe sicuramente il Giappone. Tra Murakami Haruki e Banana Yoshimoto, sono una grande amante dei libri ad ambientazione nipponica. ^_^


5) Al contrario, qual è un luogo (o un tempo) terribile dove ringrazi di essere stata solo tramite le pagine di un libro?

Altra questione interessantissima.. Domanda non banale, alla quale rischio di dare una risposta banale.. Ma risponderei: negli anni e nei luoghi oscuri della nostra storia umana. La guerra. La caccia alle streghe nel Medioevo. Gli orrori e le brutalità del razzismo nel Sud degli Stati Uniti.
(Solo per citare, ad esempio, "Per chi suona la Campana" di Hemingway, "La Chimera" di Sebastiano Vassalli e "In fondo alla palude" di Joe R. Landsdale). I libri, d'altronde, hanno questo grandissimo pregio. Consentirci di toccare con mano il lato più oscuro del mondo, affinchè noi possiamo imparare dai nostri errori. Se poi impariamo o meno, solo i posteri potranno giudicarlo...

6) Un tuo autore o autrice (vivente) "feticcio"? Cioè, di cui compri a scatola chiusa ogni suo nuovo titolo?

Qui rispondo di getto: Banana Yoshimoto (sempre lei!) e Alessandro Baricco. Due, perchè per me sceglierne uno solo sarebbe imbossibile. Compro a scatola chiusa, e difficilmente resto delusa, nonostante siano due autori che non tutti amano incondizionatamente come me. Ma evidentemente, toccano corde che ho dentro come nessun altro scrittore

7) Rileggi mai libri? Sia in caso di risposta affermativa, sia negativa... perché?

Mi capita, sì. A volte lo faccio perchè mi scatta una sorta di "voglia improvvisa", un po' come capita in gravidanza. Per esempio, il "Piccione" di Suskind di cui ho parlato solo qualche settimana fa era già stato letto ed apprezzato una quindicina di anni fa, se non di più. E mai più  mi era venuto in mente, fino a quest'anno, quando la mia testa ha deciso che era ora di ripescarlo dallo scaffale.
Altre volte - meno poeticamente- mi capita quando ho avuto qualche spesuccia imprevista e preferisco tagliare quelle non necessarie, ahimè, limitandomi a ripescare dalla mia libreria anzichè fare razzia in un negozio.
Ma devo dire che, in entrambi i casi, rileggere è illuminante. Come ho scritto poco fa nella risposta ad un commento, leggere un libro a distanza di tempo è come guardarci allo specchio e rendersi conto, nelle diverse emozioni che il libro sa dare a distanza di anni, di quanto davvero siamo cambiati.

8) Perché hai aperto un blog letterario?

Terapia, risponderei. Ero disoccupata, mamma da poco, il matrimonio iniziava gia a scricchiolare - anche se da lì alla separazione sono passati un paio d'anni. Dubitavo di me stessa. Ero insicura, terrorizzata dal mondo, poco convinta delle mie capacità. Mentre mio figlio era all'asilo, inviavo CV cercando di rimettere insieme i cocci, e nei momenti liberi ho pensato di crearmi uno spazio virtuale in cui dare vita all'unico aspetto rimasto "solido" nella mia vita: l'amore per la lettura, e la capacità che avevano i libri di "ossigenarmi". Da lì è nato tutto. Non mi è mai interessato più di tanto il numero di followers, mi era sufficiente leggere pochi commenti ma scritti con il cuore e con la testa, non il "brava! bravissima!" frettoloso che mi era capitato di leggere nel mio precedente blog ( perchè inizialmente mi ero buttata in un blog di cucina, che mi sono affrettata a cancellare quando ho visto che non mi dava nulla).

9) Quando acquisti un libro, qual è l'aspetto che ti influenza di più? La copertina, la trama, l'edizione, il prezzo...

Non saprei dirti, non seguo un ragionamento razionale. L'autore, sicuramente. E poi la trama, o più che quella, l'ambientazione. Per dirti, tra un libro ambientato in una città italiana contemporanea ed uno che mi porta - per esempio - in Iran al tempo della rivoluzione, scelgo quest'ultimo, indubbiamente.

10) Il libro che stai leggendo in questo momento: perché proprio quello? Com'è arrivato a te?

E' arrivato a me come arrivano quasi tutti, frugando fra gli scaffali in biblioteca e leggendo il retro delle copertine. Orhan Pamuk, "La Stranezza che ho nella testa". Una scoperta.

11) Elenca cinque libri che leggerai quest'estate in vacanza.

Ahi ahi ahi... vacanze è una parola grossa, ho avuto una settimana di mare a giugno e stop, durante la quale mi ha fatto compagnia la Serrano con il suo "Albergo delle Donne Tristi", al quale ho già dedicato un post. Nel comodino, in panchina c'erano poi Murakami con "L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di Pellegrinaggio" (già letto, in attesa di essere postato), Orhan Pamuk citato poco fa ed attualmente in lettura ed altri due titoli in attesa: "L'isola del giorno prima" di Umberto Eco e "La variante di Luneburg" di Maurensig, al quale proprio tu, cara Eva, dedicasti se non erro un post, tempo fa....


Queste, dunque, le domande di Eva; andiamo adesso con le undici domande proposte da Martina:

1. In quale città nel mondo ti piacerebbe vivere e perché?

Non ho preferenze, sinceramente. Non sono neanche particolarmente attratta dalle "città" in senso stretto, sarà perchè ho vissuto a Roma per parecchio tempo e tuttora sono a pochissimi chilometri.. Ora come ora se dovessi immaginarmi una vita diversa sarebbe lontana dalla città. Quanto lontana? Su una piccola isola greca, per esempio. O nel cuore degli USA, in mezzo alla natura selvaggia. O nella brughiera alla "Cime Tempestose", una cosa così. Un tantino asociale, mi rendo conto!! ^_^

2. C'è una storia che ti piacerebbe leggere ma non è ancora stata scritta?

Per hobby, oltre che leggere, mi piace tantissimo scrivere, anche se negli anni questa passione è stata accantonata, ahimè. Ma fino a qualche anno fa, le storie che non erano state ancora scritte e avrei voluto leggere sognavo di scriverle io. Con una ci sono riuscita, e grazie al concorso della casa editrice Butterfly Edizioni è stata anche pubblicata; la maggior parte di esse, invece, sono rimaste delle bozze addormentate in fondo ad un cassetto.

3. Il tuo classico preferito?

Se dovessi sceglierne uno, ma solo uno, direi Jane Eyre. Anche se, subito a seguire, piazzerei tutti i libri della mia amatissima Jane Austen.

4. Una canzone che sembra essere stata scritta apposta per te?

Pur amando moltissimo la musica - la radio a casa mia è perennemente accesa - non mi sono mai particolarmente identificata con una canzone che fosse "la mia"; direi piuttosto che, in certe fasi della vita, come è normale che sia, sento più vicina una canzone rispetto alle altre. Ora come ora, nessuna in particolare, sinceramente.

5. Leggi solo in italiano o anche in lingua straniera? Quale?

Ora come ora no, solo in italiano; in passato, quando ero una studentessa universitaria con tanti buoni propositi e molto più tempo libero, leggevo anche in inglese, per mantenerlo "vivo"; ricordo che lessi per esempio The bonesetter daughter di Amy Tan in lingua originale, accostandomi per la prima volta a questa autrice che poi ho letto anche in italiano.

6. Qual è il tuo dolce preferito?

Ne ho diversi, essendo anche una che si diverte parecchio - e si rilassa - a pasticciare in cucina; molti dei momenti liberi con mio figlio li abbiamo trascorsi davanti al forno acceso.
Ma forse, fra tutti, il classico ciambellone che mi ha insegnato mia nonna resta il dolce del mio cuore. La casa si riempie del profumo di lei, e torno bambina.
A parte i dolci che preparo io, ho poi un debole per il cioccolato bianco, da sempre. Potrei divorare dieci tavolette in dieci minuti ^_^

7. Ti piace la poesia? Se sì, chi è il tuo poeta preferito?

Dunque, la poesia... Diciamo nì, non sono una grande conoscitrice della poesia in sè e degli autori, ma mi è capitato di leggere singole poesie che mi hanno davvero emozionato (della Szymborska, ad esempio). Se dovessi citarti un poeta, per questioni d'infanzia però ti citerei Pascoli... L'ho sempre amato particolarmente, complice una nonna con radici romagnole che da piccola mi raccontava la sua storia e leggeva le sue poesie, percui nella mia testa i ricordi dei racconti di mia nonna bambina si fondono con le atmosfere delle poesie di pascoli, in un tutt'uno che, inevitabilmente, ancora oggi mi emoziona quando leggo - per esempio - "X agosto".

8. Se dovessi svegliarti e trovarti a essere per un giorno nei panni di un qualsiasi autore a tua scelta, chi saresti e perché?

Jane Austen, indubbiamente. Per vivere quell'epoca che ho imparato a conoscere ed amare attraverso i suoi romanzi, e per vedere il mondo con gli occhi di lei, conoscerla, sentire le cose come le sentiva lei.

9. Un colore che ami e un colore che odi.

Altra domanda che mi mette in crisi... i colori sono colori, di per sè non mi trasmettono nè odio nè altro. Nell'arredamento, per esempio, mi piace molto il bianco abbinato al lavanda. Se devo vestirmi, però, per esempio scelgo il verde.

10. Cosa sognavi di diventare da bambina?

Un mucchio di cose:la scrittrice, la veterinaria, la farmacista (aspirazione poi realizzata!), la guardia forestale.

11. Qual è un film che ti ricorda la tua infanzia?

Sono nata nel 1979. L'infanzia, per me, è E.T., e La Storia Infinita. Semplice! ^_^


Ecco fatto! Ringrazio ancora di cuore entrambe (passerò poi di persona anche sui vostri blog), e mi scuso per essermi dilungata un pochino, forse, ma devo dire che questa cosa di sviscerare un po' di noi stessi rispondendo alle domande degli altri mi ha preso! ^_^

Adesso, ultimo step: devo scegliere a mia volta 11 blog sotto i 200 followers e proporre altrettante domande.... E qui mi trovo in crisi, perchè non ho tanto tempo quanto vorrei per seguire con attenzione i tanti, tantissimi blog letterari che ho intravisto.. E dubito che l'etichetta blogghesca consenta di menzionare a loro volta le due che mi hanno tirato in ballo ^_^...

Perciò, propongo:


Gresi di Sogni D'Inchiostro 
Lisa di Le Parole Dipinte
Jasmine di Stoffe D'Inchiostro (anche se il suo blog si sta prendendo una pausa e dubito che potrà partecipare, ma ci tengo comunque a menzionarlo perchè è un blog originalissimo in cui fonde le sue due passioni, cucito e lettura)

MariaT di Capitolo Zero
Julia di Tanto Non Importa

E rinnovo i ringraziamenti, rigirando a loro il premio - meritatissimo - a:

Eva di La libreria di Eva 
Mami di Mami tra i libri

Non le ho inserite nell'elenco sopra semplicemente perchè sono state loro a nominare me e temevo di finire in un loop infinito ^_^.. ma anche i loro sono due piccoli blog che seguo con immenso piacere ^_^.

Mi dispiace di non avere 11 blog sotto i 200 followers da menzionare, ma sono stata parecchio presa da altre cose, ultimamente, ed il tempo per poter stare online è stato veramente pochissimo... Prometto che rimedierò leggendo gli altri post del Liebster Awards, in modo da conoscere altri piccoli blog in attesa di essere conosciuti ^_^

Infine, le mie 11 domande:

1. Nella tua "vita reale", gli altri sanno che tieni questo blog? O la blogosfera è una specie di universo parallelo, una sorta di seconda identità come quella dei supereroi?
2. C'è qualcosa che proprio non sopporti (senza fare nomi, ovviamente) negli altri lit-blog?
3. Che rapporto hai (o hai avuto) con la lettura a scuola? La amavi? La odiavi? Ci sono libri che hai poi riscoperto a distanza di anni, e che hai amato nonostante ai tempi della scuola li considerassi indigesti?
4. Come descriveresti la bellezza della lettura a chi non legge?
5. Classici o contemporanei? Cosa leggi di più e perchè?
6. In quale o in quali momenti della giornata leggi?
7. Secondo te può esistere davvero il libro che "ti cambia la vita"?
8. Quali sono stati i libri della tua infanzia?
9. Uno o più libri che ti hanno strappato una lacrima
10. Qual è - se ne esiste uno - il genere letterario che proprio non riesci a digerire?
11. Tra i personaggi femminili della letteratura, qual è il tuo preferito?

Grazie di cuore a quelle che vorranno partecipare, diffondendo a loro volta il premio ai blog che reputeranno meritevoli!

martedì 4 luglio 2017

BANANA YOSHIMOTO - Un viaggio chiamato Vita


DOVE e QUANDO: in giro tra Giappone ed Europa, nel corso degli anni.

 Dunque, da dove inizio nel commentare questo libro? Mi butto a capofitto sull'onda delle emozioni che mi ha suscitato? O inizio in punta di piedi, cercando di parlarne prima in maniera obiettiva?
Bene, rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di andare con ordine. Punto primo: Banana Yoshimoto è uno di quegli autori che o si ama alla follia, o proprio non si digerisce. Non so perchè accada questo, ma gironzolando un po' nella blogosfera letteraria mi rendo conto che - un po' come accade con Baricco - non ci sono vie di mezzo nei post che parlano di lei.Qualcuno l'adora alla follia, qualcuno non riesce proprio a sopportarla.
Io - lo dico subito, ma chi ha sbirciato qua e là nel blog credo lo abbia capito - faccio parte del primo gruppo, di quelli che per lei hanno avuto fin da subito un colpo di fulmine e che, a distanza quasi di vent'anni dal primo incontro col suo stile delicato e poetico, continuano ad amarla.
Ecco, forse la chiave di lettura per "Un viaggio chiamato Vita" è proprio lì. Se non amate lei, il suo stile, i suoi libri, i suoi personaggi, state lontani da questo. Tantopiù che non è neanche un romanzo in senso stretto, ma una raccolta di frammenti sparsi di alcune "istantanee" della sua vita, impressioni, sensazioni, moti dell'animo che potrebbero anche sembrare senza capo nè coda.

Io, manco a dirlo, l'ho amato alla pazzia, e forse anche di più. Non sono neanche andata in giro a leggere altre recensioni per questo titolo, per non restare magari delusa scoprendo che sono la sola ad averlo apprezzato così, ma per me è uno di quei libri da tenere fissi sul comodino, a portata di mano, e da aprire a caso nei momenti cupi, per cercare una boccata di ossigeno.
Si tratta, dunque, di frammenti di vita, impressioni, diapositive fermate dalla sua penna mentre, negli anni, il suo lavoro da scrittrice la portava in giro per il mondo. Tokio, l'Italia, le Piramidi di Giza; luoghi ed istanti "fissati" dal suo occhio di autrice per salvarli dall'oblio, preservandone il ricordo, un po' come una fotografia. Ma, più che in fotografia, lei riesce a fissare nel tempo non solo le immagini, ma le emozioni che l'hanno accompagnata. Che si tratti di appunti di scrittrice in attesa di essere trasferiti nei suoi romanzi e poi sapientemente sfruttati dalla casa editrice per partorire un nuovo titolo - coi relativi incassi - poco importa; io, in queste righe, ho trovato l'essenza di lei, dei suoi personaggi, della sua visione poetica del mondo.
La sua capacità di emozionarsi per una piccola, rachitica piantina di rosmarino nel suo appartamento giapponese, in grado di evocare nella sua mente le fiere, possenti piante di rosmarino che ha visto ergersi contro il vento in Sicilia.
Essere in grado di percepire e fissare su carta il calore umano di un piccolo hotel di Kochi, al tramonto.
I frammenti sparsi della sua maternità, la meraviglia nel veder crescere suo figlio, quel misto di orgoglio e struggente nostalgia nel vederlo rendersi giorno dopo giorno indipendente (sensazione che conosco fin troppo bene, come madre).
La frenesia disumana di Tokio. La magia di una lontana nevicata, quand'era bambina. L'amore tra cani ed esseri umani, ed il vuoto catramoso nel quale ci lasciano, quando se ne vanno.
Decine e decine di appunti, fissati con delicatezza nero su bianco, intrisi di poesia. Piccole lezioni di magia del quotidiano, di empatia nei confronti del mondo, della struggente bellezza dei ricordi.

Sarà che anche io sono una grafomane; da piccola appuntavo puntualmente sul mio diario i momenti che desideravo fermare, confidando nel fatto che, rileggendoli, mi avrebbero riavvolto nel morbido piacere che dà la rievocazione dei ricordi; e tutt'ora nel cassetto del mio comodino, sotto alla Canon ed ai libri in attesa di essere letti, c'è una moleskine alla quale ahimè non riesco mai a dedicare il tempo che vorrei, e che continua a rimanere bianca, ad eccezione di una piccola manciata di fogli, testimoniando la quantità di momenti che ho lasciato scorrere senza essere stata in grado di fissarli.
Sarà anche che - come accade alla Yoshimoto in queste pagine - sono una che vive in balia delle emozioni, a cui bastano piccoli dettagli, piccoli quanto il profumo di una fogliolina di rosmarino, per evocare un mondo di sensazioni.
Sarà un insieme di tutte queste cose, ma questo libro io l'ho amato alla follia. E sono certa che tornerò a leggerlo e a rileggerlo, in futuro. Consapevole, certo, del fatto che il mio potrebbe essere un folle parere isolato, e che là fuori il mondo dei lit-blog sia pieno di prepotenti, sicure stroncature.
Chissà, mi chiedo, se qualcuno di voi che passano ogni tanto di qua lo hanno letto, e hanno voglia di condividere con me le loro impressioni?

UN ASSAGGIO:

"Nelle sere d'inverno, quando l'aria all'improvviso prende il profumo delle foglie secche bruciate, e le le finestre delle case cominciano ad illuminarsi e a fluttuare, quadrate, nella semioscurità azzurrina, in quel momento mi sembra sempre che tutti siano a metà di una strada, di ritorno verso qualcosa. Certo, ognuno di noi è sempre di ritorno verso qualche luogo, indipendentemente dalle stagioni, ma in inverno in particolare mi sembra che sia così."